Israel Institute of Biblical Studies

Il seguente intervento è stato presentato il 22 ottobre 2014 al gruppo di dialogo tra cattolici ed ebrei messianici di Boston, nel Massachusetts.

1. Introduzione

Grazie per avermi invitato a parlare al vostro gruppo di dialogo tra cattolici ed ebrei messianici. Sono grato per questo dialogo, sia perché mi sta a cuore sia perché ha avuto un ruolo importante nel mio cammino personale. Sono cresciuto cattolico in Canada, ma nel 1995, mentre vivevo in Austria, ho vissuto una conversione personale a Cristo attraverso una chiesa evangelica di orientamento pentecostale. Purtroppo, quell’ambiente era piuttosto fondamentalista e, di conseguenza, nei primi anni successivi alla mia conversione sono diventato decisamente anticattolico. Nel 1998 mi sono trasferito a Gerusalemme per studiare la Scrittura e l’ebraismo presso l’Israel College of the Bible (un istituto biblico ebraico messianico), e ho cominciato a partecipare attivamente al movimento ebraico messianico. Ho poi lavorato per l’International Christian Embassy Jerusalem, un’esperienza che mi ha fatto conoscere il movimento sionista cristiano. Nel 2001 sono stato invitato a trasferirmi a Tel Aviv, dove ho guidato il gruppo di lode di una comunità ebraica messianica. Alla fine di quello stesso anno, lo studio della Scrittura e dell’ebraismo, insieme alla mia esperienza nel movimento ebraico messianico, mi ha ricondotto nella Chiesa cattolica (si veda la mia testimonianza per un racconto più ampio).

Dopo il mio ritorno alla Chiesa, mi sono impegnato nella comunità ebraico-cattolica in Israele, che mi ha mandato alla Franciscan University of Steubenville, in Ohio, dove ho conseguito un master in teologia e catechetica. Durante i due anni trascorsi a Steubenville, ho conosciuto un’espressione viva del cattolicesimo evangelico e carismatico che ha profondamente plasmato la persona che sono oggi. Sono tornato in Israele nel 2005 e ho iniziato gli studi di dottorato presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Nei sette anni del dottorato, ho avuto la fortuna di stringere molte amicizie con ebrei ortodossi e di conoscere da vicino l’ebraismo ortodosso, per il quale ho sviluppato una profonda ammirazione e un grande amore. Al termine degli studi a Gerusalemme, mi è stato offerto un posto di insegnamento presso il seminario Saint John Vianney di Denver, in Colorado, dove mi sono trasferito nel 2012. È stata una grande gioia condividere le mie esperienze di Israele e dell’ebraismo con i seminaristi che si preparano all’ordinazione sacerdotale.

Per quanto questo dialogo sia importante per me e per tutti noi, credo che stia a cuore anche a nostro Signore, che prima della sua Passione pregò ardentemente affinché tutti i suoi discepoli fossero una cosa sola (Gv 17,21).

Inizialmente avevo pensato di intitolare questo intervento «L’ebraismo messianico e la Chiesa cattolica: sfide e opportunità reciproche», ma, dopo averci riflettuto, ho scelto un titolo più provocatorio: «Ebraismo messianico cattolico: ossimoro, utopia o cammino verso l’unità?»

«Ebraismo messianico cattolico». Che cosa intendo con questa espressione? Non è forse un ossimoro? L’ebraismo messianico e il cattolicesimo non sono radicalmente diversi, se non addirittura quasi contrapposti sotto molti aspetti?

Da un lato, gli ebrei messianici sono orgogliosi di esprimere la loro fede in Yeshua in modo ebraico, spesso insistendo sul fatto di «non essere cristiani», ma ebrei che credono nel Messia d’Israele. Per diverse ragioni teologiche, storiche e culturali, la maggior parte degli ebrei messianici nutre, nel migliore dei casi, un atteggiamento ambivalente nei confronti del cristianesimo tradizionale.

Dall’altro lato, il cattolicesimo sembra incarnare il «cristianesimo tradizionale», con i suoi crocifissi, le sue statue, la liturgia e i sacramenti, la venerazione di Maria e dei santi, e molte altre usanze e pratiche che appaiono, almeno a prima vista, lontane dallo spirito dell’ebraismo. Come potremmo dunque anche solo parlare di un «ebraismo messianico cattolico»?

O forse l’intera idea è un’utopia: potremmo immaginare una forma di associazione piuttosto libera in cui riconosciamo le convinzioni che condividiamo e manteniamo rapporti cordiali, mentre ciascuno prosegue per la propria strada. In altre parole, una forma di «ebraismo messianico cattolico» sarebbe concepibile purché si intenda «cattolico» nel senso di «universale»: gli ebrei messianici sarebbero membri del Corpo universale e spirituale di Cristo, ma sul piano formale avrebbero poco o nulla a che fare con la Chiesa cattolica come istituzione.

Oppure il Signore sta chiamando ebrei messianici e cattolici a una vera unità nella Chiesa? Come avrete intuito, vorrei sostenere questa terza posizione.

2. L’intervento di Richard Harvey sull’ebraismo messianico

Richard Harvey ci ha appena offerto una riflessione approfondita sul significato teologico del movimento messianico per le relazioni ebraico-cristiane. Ha giustamente sottolineato che il riemergere dell’ebraismo messianico va esaminato alla luce della storia del supersessionismo e dell’antigiudaismo cristiani, della Shoah, della fondazione dello Stato d’Israele e del Concilio Vaticano II.

Richard ha poi delineato cinque caratteristiche principali del movimento messianico:

  1. L’ebraismo messianico come segno escatologico: come ci insegna la Scrittura, il riconoscimento di Yeshua come Messia d’Israele da parte degli ebrei indica che il suo ritorno è molto vicino (cfr. Mt 23,38–39; Lc 13,35).
  2. L’ebraismo messianico come ponte di comunicazione tra la Chiesa e la Sinagoga: gli ebrei messianici sono, per il Corpo del Messia, un segno vivo della speranza che tutto Israele sarà salvato (cfr. Rm 11,26).
  3. L’ebraismo messianico come manifestazione della fedeltà di Dio: il ritorno del popolo ebraico nella Terra promessa è un segno che Dio realizzerà il suo disegno per il suo popolo, riconducendolo non soltanto nella sua terra, ma anche a sé.
  4. L’ebraismo nel Messia: gli ebrei messianici sono un segno, per la Chiesa e per Israele, di che cosa significhi essere la «Chiesa d’Israele», il che solleva la questione del ruolo della Torah nell’era messianica.
  5. L’ebraismo messianico come «anello mancante» tra la Chiesa e Israele: il movimento è necessario per manifestare l’«uomo nuovo» di cui parla san Paolo (Ef 2,15), nel quale le identità distinte, ebraica e non ebraica, coesistono in un’unica realtà.

Richard ha concluso il suo intervento osservando che l’esistenza del movimento messianico ha implicazioni per la teologia cristiana, soprattutto in ambiti come la cristologia, la soteriologia e l’ecclesiologia. Vorrei riprendere la riflessione dal punto in cui l’ha lasciata.

3. Ebraismo e cattolicesimo: terreno comune e risultati raggiunti

Il dialogo tra cattolici ed ebrei messianici è strettamente legato al più ampio dialogo ebraico-cattolico, pur distinguendosene. Per questo sarebbe utile ricordare quanto è stato realizzato in questo ambito a partire dal Concilio Vaticano II. Nella dichiarazione Nostra Aetate e nei documenti successivi, la Chiesa cattolica ha ufficialmente:

  • riconosciuto le radici ebraiche della fede cristiana;
  • affermato l’identità ebraica di Gesù e degli apostoli;
  • confermato che l’alleanza, i doni e la chiamata di Dio nei confronti del popolo ebraico sono irrevocabili, respingendo così la tradizione supersessionista secondo cui la Chiesa avrebbe sostituito gli ebrei come popolo dell’alleanza;
  • respinto l’accusa di «deicidio» e la presunta responsabilità degli ebrei per la morte di Cristo;
  • respinto ogni forma di antisemitismo;
  • incoraggiato un atteggiamento di umile pentimento per i peccati commessi dai cristiani contro gli ebrei nel corso della storia;
  • respinto le tendenze marcionite che contrappongono Dio come viene presentato nell’Antico Testamento a Dio come viene presentato nel Nuovo;
  • affermato che la religione ebraica è «intrinseca» alla nostra stessa religione cristiana.

4. Sfide e opportunità per i cattolici

Alla luce di questi risultati, vorrei evidenziare alcune sfide e opportunità per i cattolici. Proporrò poi alcune sfide e opportunità per gli ebrei messianici.

La maggior parte dei cattolici ha fatto propri questi principi fondamentali?

Certamente, nei quasi cinquant’anni trascorsi dalla Nostra Aetate sono stati compiuti enormi progressi nelle relazioni ebraico-cristiane. Con il rifiuto definitivo del supersessionismo e dell’«insegnamento del disprezzo» da parte della Chiesa, l’atteggiamento dei cattolici verso gli ebrei e l’ebraismo è profondamente cambiato. Possiamo tuttavia chiederci se questi principi abbiano messo radici nel cuore e nella mente dei cattolici al di là di una comprensione elementare o superficiale. Per esempio, se la maggior parte dei cattolici riconosce che Gesù era ebreo e che il cristianesimo deve la propria esistenza alla rivelazione di Dio al popolo ebraico nell’Antico Testamento, come comprende, in concreto, il carattere irrevocabile dell’alleanza di Dio con il popolo ebraico? Sospetto che molti cattolici possano aderire alla Nostra Aetate continuando tuttavia, consapevolmente o meno, a mantenere molti presupposti della teologia della sostituzione.

Vorrei concentrarmi su quelle che ritengo due grandi questioni controverse ancora influenzate dalla mentalità supersessionista: la Torah e la Terra d’Israele.

a) La Torah

È ben nota l’affermazione di Gesù secondo cui egli non è venuto ad abolire la Legge o i Profeti, ma a dare loro compimento (Mt 5,17). Nella mia esperienza in seminario, la maggior parte degli studenti conosce queste parole. Eppure, quando chiedo loro di spiegare che cosa significhino davvero, spesso emerge che il loro modo di intendere «compiuto» è quasi indistinguibile da «abolito». Credo che questa risposta sia tipica di molti cattolici, i quali possono riconoscere che Gesù non ha abolito la Torah, ma l’ha «compiuta», intendendo però che i suoi precetti e le sue promesse non siano più vincolanti per nessuno, nemmeno per gli ebrei. Dunque, direbbero, non è più necessario che gli ebrei battezzati osservino il sabato, celebrino la Pasqua ebraica o seguano le norme alimentari kasher. Poiché tutto ciò è stato «compiuto» in Cristo, i credenti ebrei devono ormai andare a Messa la domenica, celebrare il Natale e la Pasqua cristiana e non farsi scrupoli a mangiare un cheeseburger con pancetta a pranzo.

Se è vero che l’istituzione della Nuova Alleanza ha comportato un cambiamento significativo nel ruolo della Torah, questa interpretazione di «compiuto» come «quasi abolito» presenta un problema. Credo che la difficoltà risieda nella mancata distinzione tra cristiani ebrei e non ebrei. Come ha osservato Richard Harvey nel suo intervento, l’«uomo nuovo» in Cristo non esclude la possibilità di ruoli distinti per i credenti ebrei e non ebrei nella Chiesa.

Questa distinzione trova fondamento nel Nuovo Testamento. Da un lato, al Concilio di Gerusalemme gli apostoli stabilirono che i non ebrei non avevano bisogno di giudaizzarsi, cioè di farsi circoncidere e di essere obbligati a osservare la Torah, per diventare cristiani (At 15,1–31). Ma è vero anche il contrario. Tutta la discussione di Atti 15, infatti, presuppone che i cristiani ebrei continuino a osservare la Torah. Perché gli anziani avrebbero dovuto discutere se i non ebrei fossero tenuti a osservare la Legge, se i cristiani ebrei l’avessero già abbandonata? Senza il presupposto della perdurante osservanza della Torah da parte dei cristiani ebrei negli Atti degli Apostoli, tutta la discussione del capitolo 15 sarebbe priva di senso.

Consideriamo inoltre il ritorno di Paolo a Gerusalemme al termine del suo terzo viaggio missionario (At 21). Dopo che Paolo ha raccontato a Giacomo e agli anziani le meraviglie compiute da Dio tra i non ebrei, essi gli rispondono con entusiasmo, annunciandogli la crescita della Chiesa ebraica di Gerusalemme:

Vedi, fratello, quante migliaia di Giudei sono venuti alla fede; tutti sono zelanti per la Legge… (At 21,20)

In altre parole, i credenti ebrei di Gerusalemme si rallegrano perché molti ebrei sono giunti alla fede in Yeshua. Eppure, lungi dall’abbandonare l’osservanza dei comandamenti, questi nuovi credenti sono anzi zelanti per la Torah. Giacomo e gli anziani sembrano poi anticipare un fraintendimento su Paolo che ha attraversato gran parte della storia della Chiesa ed è ancora condiviso dalla maggior parte dei cristiani ai nostri giorni:

Ora hanno sentito dire di te che insegni a tutti i Giudei che vivono tra i pagani ad abbandonare Mosè, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire le usanze. (At 21,21)

Non vi suona familiare? Paolo viene accusato di allontanare gli ebrei dalla Torah, dall’alleanza della circoncisione e dall’osservanza dei comandamenti. In altre parole, si sostiene che Paolo dica ai credenti ebrei: «Ora che siete giunti al Messia e alla Nuova Alleanza, non avete più bisogno di continuare a osservare queste antiche prescrizioni, questi comandamenti e queste usanze. Siete stati liberati da tutto questo».

Qual è la risposta di Giacomo e degli anziani? Dicono a Paolo di unirsi ad alcuni uomini che hanno fatto un voto, affinché «tutti sappiano che non c’è nulla di vero in ciò che hanno sentito dire di te, ma che anche tu ti comporti osservando la Legge» (At 21,24). Paolo acconsente e il giorno seguente compie il rito di purificazione per dimostrare che le voci sul suo conto sono false e che egli continua effettivamente a vivere secondo la Torah e le mitzvot.

Analogamente, le lettere di san Paolo, soprattutto quelle ai Galati e ai Romani, sono spesso fraintese. Una chiave per comprenderle è ricordare che furono scritte a cristiani non ebrei, non a credenti ebrei. Se si trascura questo punto cruciale, una lettura superficiale di passi come Galati 2, in particolare Gal 2,16–21, può dare l’impressione che Paolo elimini del tutto la Torah. Una lettura attenta del passo nel suo contesto rivela invece il suo punto centrale: la Torah non ha un potere salvifico né per gli ebrei né per i non ebrei. I non ebrei non dovrebbero cercare di farsi circoncidere (cfr. Gal 2,3), perché l’alleanza della circoncisione non è mai stata data loro. I cristiani ebrei possono ancora essere circoncisi, come nel caso di Timoteo (cfr. At 16,3), ma dev’essere chiaro che non sono salvati dalla circoncisione e dall’osservanza dei comandamenti, bensì dalla fede in Yeshua il Messia. L’osservanza delle mitzvot da parte dei cristiani ebrei è dunque una risposta d’amore alla salvezza gratuita di Dio, nonché una testimonianza duratura di fedeltà alla sua alleanza tuttora vigente con Israele.

Qual è l’applicazione pratica di questi principi ai nostri giorni? I cattolici dovrebbero accogliere e sostenere i credenti ebrei che desiderano continuare a osservare i comandamenti della Torah e le usanze ebraiche. Non c’è nulla di contrario alla fede cattolica nell’osservare il sabato, seguire le norme alimentari kasher, celebrare le feste ebraiche o recitare preghiere ebraiche. Al contrario, i cattolici non ebrei hanno molto da imparare dalla riscoperta di queste pratiche bibliche. Anche se i non ebrei non sono obbligati a osservarle, queste pratiche gettano molta luce sulla nostra stessa fede cristiana e cattolica. Ne faccio esperienza ogni giorno a lezione, quando insegno agli studenti canti e preghiere in ebraico e li introduco alle feste ebraiche, per esempio celebrando Rosh Hashanah con mele e miele e organizzando un seder pasquale.

b) Israele e il sionismo

La speranza cristiana è rivolta alla «Gerusalemme nuova» e alla «Terra promessa celeste». Sappiamo che il Regno di Dio non è di questo mondo (Gv 18,36) e che la nostra vera cittadinanza è nei cieli (Fil 3,20). Ma la nostra destinazione celeste implica forse che la promessa della Terra d’Israele fatta da Dio al popolo ebraico sia ormai «compiuta», nel senso di «abolita»? Dalla venuta di Cristo, la stretta striscia di terra tra il Mediterraneo e il Giordano ha perso ogni importanza per lo svolgersi della storia della salvezza?

Sappiamo che il dono della Terra d’Israele al popolo d’Israele è una delle promesse più frequentemente ripetute nell’Antico Testamento (cfr., per esempio, Am 9,14–15; Is 11,10–12; Sof 3,16; Ger 16,14–16; Ez 11,16–20; 36,24–28 e «Biblical Revelation and the Land of Israel»). Questa promessa non è mai stata revocata nel Nuovo Testamento. Al contrario, passi come Luca 21,24 («Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti») sembrano indicare che il dominio dei non ebrei su Gerusalemme un giorno finirà e che Gerusalemme tornerà in mani ebraiche.

La Chiesa è stata cauta nell’appoggiare il sionismo, anche a causa della situazione precaria dei cristiani in Medio Oriente che vivono in mezzo a una maggioranza musulmana ostile. Al tempo stesso, diverse voci autorevoli hanno espresso il loro sostegno allo Stato ebraico come compimento delle profezie bibliche, tra cui papa Giovanni Paolo II, il cardinale Christoph Schönborn e padre Raniero Cantalamessa.

Naturalmente, il moderno Stato laico d’Israele non va considerato una sorta di manifestazione messianica del Regno di Dio. Ma possiamo davvero considerare il ritorno del popolo ebraico nella terra che Dio promise ai suoi padri un semplice «accidente della storia»? Se i cattolici accettano davvero l’insegnamento della Chiesa secondo cui l’alleanza, i doni e le promesse di Dio al popolo ebraico sono irrevocabili, non dovremmo riconoscere la mano di Dio anche nel ritorno e nella presenza degli ebrei nella Terra d’Israele oggi? Questa è la mia seconda sfida alla mentalità supersessionista: i cattolici dovrebbero sostenere Israele non soltanto per ragioni di opportunità politica, ma soprattutto perché il ritorno degli ebrei nella Terra promessa è un segno della fedeltà di Dio al suo popolo e del compimento delle antiche promesse fatte ai suoi padri.

5. Sfide e opportunità per gli ebrei messianici

Nella mia esperienza di dialogo tra ebrei messianici e cristiani, ho talvolta notato un presupposto tacito: soltanto una delle due parti, soprattutto quella cristiana, sarebbe chiamata a cambiare. Da un lato, questo è del tutto comprensibile. Il movimento messianico è giovane e ancora relativamente fragile. Le confessioni cristiane tradizionali portano il peso di una lunga tradizione di supersessionismo e di antisemitismo cristiano con cui devono fare i conti; è quindi giusto che i cristiani si assumano la parte maggiore di responsabilità nell’esprimere pentimento e nel lavorare per la riconciliazione con i loro fratelli e sorelle ebrei nel Messia.

Dall’altro lato, conversando con credenti messianici, ho spesso incontrato atteggiamenti espressi in osservazioni come: «Questi cattolici non sono così male come pensavo!», oppure «Forse perfino alcuni cattolici sono salvati», o ancora «Sia lodato il Signore, alcuni cattolici finalmente si pentono e ammettono di aver sbagliato sulla teologia della sostituzione e che l’alleanza di Dio con Israele è ancora valida…»

Questi atteggiamenti riflettono ciò che mi piace chiamare «teologia della sostituzione di secondo grado». Come i cattolici e gli altri cristiani tradizionali hanno perpetuato il supersessionismo sostenendo che «Dio ha respinto il popolo ebraico, e ora siamo NOI il popolo eletto di Dio», temo che talvolta emergano tracce di un atteggiamento simile tra alcuni credenti messianici, i quali affermerebbero che «i cattolici hanno distorto il messaggio biblico e si sono smarriti con tutte le loro dottrine umane; ora siamo NOI a tornare alla vera espressione biblica della fede in Yeshua».

C’è dunque il rischio di una nuova forma di «teologia della sostituzione», in cui i credenti messianici si vedono come i nuovi «veri credenti», quelli che avrebbero «ritrovato la vera fede», in contrapposizione agli errori e alle deviazioni del cristianesimo tradizionale. Questa forma di elitarismo spirituale dev’essere naturalmente respinta da tutti. Nel dialogo tra cattolici ed ebrei messianici, entrambe le parti devono essere disposte a interpellarsi fraternamente e a compiere un umile esame di coscienza.

I fondamenti protestanti dell’ebraismo messianico

Come ha ricordato Richard, il movimento ebraico messianico si trova in una posizione difficile: fa da ponte tra la Sinagoga e la Chiesa, spesso con il rischio di essere frainteso e di non essere pienamente accettato, se non addirittura respinto, dall’una e dall’altra. Nonostante questa difficoltà, l’ebraismo messianico ha la possibilità di offrire «il meglio di entrambi i mondi», vivendo, integrando e riconciliando le ricchezze dell’ebraismo e del cristianesimo. Tuttavia, il movimento messianico rischia anche di adottare un approccio arbitrario e selettivo alla dottrina, dando luogo a una combinazione di «ebraismo annacquato» e «cristianesimo annacquato». Ho notato questo fenomeno in alcune comunità in Israele, dove i credenti messianici tendono a definire la propria identità in termini di rapporto personale con Yeshua, per contrasto, e talvolta in opposizione, con la «religione».  Questa espressione della fede è spesso accompagnata da un rifiuto esplicito delle tradizioni e delle usanze sia dell’ebraismo ortodosso sia del cristianesimo cattolico.

Eppure, mentre gli ebrei messianici cercano di definire la propria identità di credenti in Yeshua in modo distintamente ebraico, prendendo intenzionalmente le distanze dal cristianesimo tradizionale, il paradosso è che la maggior parte dei pilastri teologici della loro fede è in realtà fortemente influenzata dal protestantismo evangelico.

Negli anni in cui ero un credente evangelico impegnato nel movimento messianico, ho preso sempre più coscienza di questi fondamenti protestanti e ho cominciato a metterli in discussione. Inoltre, ho iniziato ad avvertire che mancava qualcosa nelle comunità messianiche che frequentavo. Più studiavo non soltanto il Nuovo Testamento e la Chiesa dei primi secoli, ma anche il Tanakh e la tradizione ebraica, più mi convincevo che questo «qualcosa che mancava» fosse in realtà un’«assenza reale», alla quale si poteva rimediare soltanto tornando alla Chiesa degli apostoli e riscoprendo la Presenza reale del Signore nell’Eucaristia. Vorrei soffermarmi brevemente su cinque dei punti principali che mi hanno guidato in questo cammino.

a) Ecclesiologia e autorità: la Bibbia e la Chiesa

Alla base della nostra fede ci sono le domande: «Che cosa dobbiamo credere?» e «Su quale fondamento lo crediamo?». In altre parole, in virtù di quale autorità crediamo ciò che crediamo, e quale grado di certezza possiamo averne? Dopo alcuni anni nel movimento messianico, mi preoccupava sempre più il «caos dottrinale» che regnava nelle comunità che frequentavo. Comunità, pastori e credenti sembravano divergere così profondamente nella loro comprensione della Scrittura che era difficile trovare una certezza su che cosa credere. Certo, alcune delle questioni dibattute tra gli ebrei messianici sono inevitabili e del tutto legittime. Penso anzitutto ai temi già menzionati, come il ruolo della Torah per i credenti ebrei e l’importanza teologica della Terra d’Israele. Gli ebrei messianici fanno bene a sollevare queste domande e a mettere in discussione le concezioni cristiane tradizionali, segnate dal supersessionismo, su questi argomenti.

Dall’altro lato, possiamo chiederci se alcune delle questioni dibattute nelle comunità messianiche non equivalgano a reinventare continuamente la ruota e a riproporre vecchie controversie che la Chiesa ha risolto da tempo. Pensiamo, per esempio, alle questioni trinitarie, cristologiche e soteriologiche, alla natura del Battesimo, dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, e alle grandi questioni morali.

Anche tenendo conto del carattere non dogmatico dell’ebraismo e del noto detto «due ebrei, tre opinioni», non si può fare a meno di chiedersi: è davvero volontà del Signore che tra i credenti vi sia così poca unità su molti dei punti centrali della nostra fede? Questa mancanza di unità in materia di fede deriva, naturalmente, da due presupposti protestanti fondamentali adottati dalla maggior parte dei credenti ebrei. Il primo è la Sola Scriptura, la convinzione che la sola Bibbia sia sufficiente a farci conoscere tutto ciò che dobbiamo sapere per vivere da credenti. Il secondo è un’ecclesiologia protestante secondo cui la Chiesa sarebbe un corpo invisibile di tutti i «veri credenti», privo di una struttura reale, di una gerarchia o di un’autorità centrale capace di prendere decisioni autorevoli e affidabili riguardo alla fede.

Il problema di questi presupposti protestanti è che entrambi sono privi di fondamento biblico e piuttosto estranei all’ebraismo. La dottrina della Sola Scriptura non si trova in alcun punto della Bibbia: le Scritture non affermano mai di essere l’unica regola di fede che i credenti dovrebbero seguire, indipendentemente da ogni legittima autorità religiosa o tradizione orale. Conosciamo l’importanza della Torah orale e della tradizione rabbinica nell’ebraismo. Certo, Gesù mise in guardia contro la «tradizione degli uomini» contraria ai comandamenti di Dio, ma riconobbe anche l’autorità degli scribi e dei farisei che «siedono sulla cattedra di Mosè» (Mt 23,2–3). Anche san Paolo riconobbe l’importanza della tradizione orale, esortando i suoi lettori a «stare saldi e mantenere le tradizioni che avete appreso da noi, sia a voce sia per lettera» (2 Ts 2,15; cfr. 1 Cor 11,2). Persino nel Tanakh non vediamo mai la rivelazione divina confinata esclusivamente nelle pagine di un libro sacro, ma la incontriamo come parola viva, trasmessa attraverso la triplice funzione di sacerdote, profeta e re.

So che per la maggior parte degli ebrei messianici è difficile accettare l’affermazione che Yeshua abbia istituito la gerarchia cattolica e il papato. Ma se fosse vero? E se il Signore avesse istituito il primato petrino dando a Pietro le chiavi del Regno dei cieli (Mt 16,18–19; cfr. Lc 22,31–32; Gv 21,15–17) e affidando a lui e agli apostoli il potere di legare e sciogliere sulla terra (Mt 18,18)? E se questa autorità di istituzione divina fosse stata realmente trasmessa ai successori degli apostoli (cfr. la scelta di Mattia per sostituire Giuda, At 1,15–26) mediante l’imposizione delle mani (1 Tm 4,14), affinché potessero affidare quanto avevano udito dagli apostoli ai vescovi e ai presbiteri che sarebbero loro succeduti, a «uomini fedeli che siano in grado di insegnarlo anche ad altri» (2 Tm 2,2; cfr. Tt 1,5)?

E se fosse davvero volontà del Signore dotare la Chiesa del dono dell’infallibilità affinché, grazie al Magistero della Chiesa, ossia al papa in comunione con i vescovi, potessimo avere certezza e fiducia su ciò che Dio ha rivelato, su ciò che dobbiamo credere e su come dobbiamo vivere, nelle questioni essenziali di fede e di morale?

Sappiamo che i primi credenti riconoscevano che il Signore aveva istituito una Chiesa gerarchica. Già all’inizio del II secolo, sant’Ignazio di Antiochia scrisse ripetutamente dell’importanza di sottomettersi al triplice ordine del vescovo, del presbitero e del diacono per rimanere in comunione con la Chiesa. Sant’Ireneo di Lione sottolineò l’importanza della successione apostolica risalente a Pietro e Paolo per distinguere la vera Chiesa dai gruppi eretici. E l’antico storico della Chiesa Eusebio riferisce una successione di quindici vescovi ebrei di Gerusalemme la cui linea risaliva all’apostolo Giacomo.

Yeshua promise ai suoi apostoli che lo Spirito della verità li avrebbe guidati a tutta la verità (Gv 16,13). Se è vero, come sostengono molti credenti messianici ed evangelici, che la Chiesa si è presto smarrita e «paganizzata» adottando numerose credenze cattoliche estranee all’ebraismo e alla Bibbia, non stiamo forse insinuando che Yeshua non sia riuscito a preservare il deposito della fede che aveva trasmesso ai suoi discepoli per il bene della Chiesa universale?

E se invece il primato petrino, il Magistero della Chiesa, la successione apostolica e il sacramento dell’ordine fossero una benedizione, un dono e una chiave per l’unità di tutti i credenti, ebrei e non ebrei? Nel Catechismo della Chiesa Cattolica abbiamo un dono immenso che ci offre certezza su ciò che dobbiamo credere e su come dobbiamo vivere. Esso custodisce fedelmente il deposito della fede che Gesù ha trasmesso agli apostoli e che si è sviluppato organicamente nella sacra Tradizione della Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo. Perché gli ebrei messianici non dovrebbero beneficiare anch’essi di questo dono e di questa benedizione?

b) Soteriologia

Un altro pilastro protestante comunemente adottato dagli ebrei messianici è il concetto della salvezza per la sola fede, o sola fide. Pur non essendoci un consenso universale su questo punto, ho riscontrato che molti credenti messianici accettano l’idea proposta da Lutero secondo cui l’uomo è salvato per la sola fede, indipendentemente dalle opere. Da questa convinzione deriva la dottrina secondo cui «una volta salvati, si è salvati per sempre».

Da un lato, queste posizioni nascono in parte da un fraintendimento della soteriologia cattolica: contrariamente a un’opinione diffusa, la Chiesa cattolica non insegna che possiamo «guadagnarci il paradiso con le opere». Il Catechismo afferma che siamo giustificati per grazia mediante la fede: «La giustificazione ci è stata meritata dalla passione di Cristo, che si è offerto sulla croce come ostia vivente, santa e gradita a Dio» (CCC 1992).

Eppure vediamo sia nel Tanakh sia nel Nuovo Testamento che l’uomo deve cooperare all’offerta di salvezza di Dio e rispondervi per rimanere nell’alleanza. L’idea della giustificazione per la sola fede è, naturalmente, piuttosto estranea all’ebraismo, la cui forte insistenza sulla halakhah sottolinea l’importanza di osservare i comandamenti come risposta essenziale all’alleanza e alla grazia di Dio. Analogamente, la Chiesa afferma che «la giustificazione stabilisce la collaborazione tra la grazia di Dio e la libertà dell’uomo» (CCC 1993).

Contrariamente ad alcune concezioni evangeliche diffuse, spesso adottate dai credenti messianici, nella Bibbia la giustificazione non è qualcosa che si riceve in un unico momento, come suggeriscono affermazioni del tipo «Sono stato salvato in tale data…», ma un processo che dura tutta la vita e si fonda su una relazione di alleanza permanente con Dio. Lo vediamo negli scritti di san Paolo, che presenta la salvezza dei credenti come un evento passato («siamo stati salvati…», Rm 8,24; Ef 2,5–8), come un processo presente, condizionato dalla nostra fedeltà («siete salvati, se mantenete la parola che vi ho annunciato», 1 Cor 15,2; cfr. 2 Cor 2,15), e anche come un evento futuro («Abbiamo la speranza che saremo salvati», Rm 5,9–10; cfr. Rm 13,11; 1 Cor 3,12–15).

È davvero volontà di Dio che ci siano tanto disaccordo e tanta confusione su una questione vitale come quella della salvezza e della giustificazione? Anche qui, se è vero che lo Spirito Santo ha guidato la Chiesa cattolica nel suo insegnamento, possiamo avere una serena fiducia su ciò che dobbiamo credere, grazie all’insegnamento del Catechismo sulla grazia e la giustificazione.

Un’altra grande questione in questo ambito riguarda la possibilità di salvezza per gli ebrei che non credono in Gesù o per quanti cercano sinceramente Dio senza conoscere Cristo. Possono essere salvati? Quando queste domande vengono lasciate al giudizio personale e all’interpretazione privata delle Scritture, le opinioni contrastanti abbondano: dalla visione fondamentalista che condannerebbe tutti i non credenti all’inferno a quella relativista secondo cui i fedeli di ogni religione possono andare in paradiso semplicemente essendo «brave persone». Anche qui non occorre reinventare la ruota o discutere di questioni risolte da tempo. Pur affermando la necessità di Cristo e della Chiesa come via della salvezza, il Catechismo riconosce che la misericordia di Dio può raggiungere quanti, senza loro colpa, non conoscono Cristo e la Chiesa (CCC 846–848).

c) Liturgia e sacramenti

In virtù del sacramento dell’ordine e della successione apostolica, Yeshua ci ha dato i sette sacramenti come canali della sua vita e del suo amore in abbondanza. Senza tentare una trattazione apologetica completa della liturgia e dei sacramenti, vorrei parlare dei due sacramenti che i cattolici ricevono regolarmente e che hanno avuto un impatto profondo sulla mia vita.

Come esprimere adeguatamente la potenza e la grazia che il Signore ci offre nel sacramento della riconciliazione, o confessione? Questo sacramento ha profondamente trasformato la mia vita dal momento del mio ritorno alla Chiesa. Sebbene confidassi che Dio perdonasse i miei peccati quando li confessavo direttamente a lui durante gli anni in cui ero un cristiano evangelico, ho sempre sentito che mancava qualcosa di tangibile in quelle confessioni solitarie rivolte al cielo. Sappiamo che nell’ebraismo biblico il popolo di Dio riceveva il perdono dei peccati attraverso la liturgia sacrificale nel Tempio e la mediazione dei sacerdoti discendenti di Aronne. Certamente, il Messia è venuto come sacrificio ultimo e definitivo per espiare i nostri peccati e concederci il suo perdono. Ma come ci comunica questa riconciliazione? Non ha forse conferito agli apostoli il potere di perdonare i peccati alla fine del Vangelo di Giovanni, quando ha detto loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22–23)? Chi ha sperimentato la grazia e la misericordia del Signore nel sacramento della riconciliazione difficilmente può non desiderare che ogni credente, e in particolare i credenti ebrei, possa ricevere anch’egli pienamente questa benedizione di riconciliazione e di grazia santificante nel sacramento.

Questo desiderio è ancora più intenso quando penso alla santa Messa e al sacramento dell’Eucaristia. Quando sono tornato alla Chiesa, mi ha meravigliato scoprire le radici bibliche ed ebraiche della Messa. Ancora di più mi ha meravigliato sperimentare le grazie della Presenza reale del Signore nella santa Eucaristia. Per riprendere un’immagine che ho incontrato una volta, la vita di un credente senza l’Eucaristia è come una serata trascorsa in un ottimo ristorante a leggere il menù senza mai partecipare al pasto. Per quanto ami e custodisca nel cuore la Scrittura, quale perdita è studiare ogni giorno la Parola senza mai avere la possibilità di accostarsi alla mensa eucaristica del Signore! Sebbene il Signore sia indubbiamente presente spiritualmente in tutte le comunità che temono Dio e cercano di vivere secondo la sua Parola, è tragico che in molte di esse non si possa trovare la sua Presenza reale eucaristica, per la mancanza della successione apostolica e di un sacramento dell’ordine valido.

Il Signore non disse forse ai suoi discepoli: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (Gv 6,53)? Sappiamo che molti furono scandalizzati da queste parole e non riuscirono ad accettarle, tanto che abbandonarono Gesù (Gv 6,66). Eppure le parole di Yeshua erano in perfetta continuità con la tradizione biblica secondo cui l’agnello pasquale doveva essere mangiato affinché i primogeniti degli israeliti fossero salvati dall’angelo della morte in Egitto (Es 12,8). Erano anche in continuità con la tradizione secondo cui la carne dei sacrifici di comunione nel Tempio doveva essere mangiata come segno della comunione del popolo con Dio (Es 24,11; Lv 7,11).

Durante la sua ultima Pasqua, Yeshua disse ai discepoli: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). I primi scritti cristiani attestano la fede nella Presenza reale del Signore nell’Eucaristia, resa possibile dal sacramento dell’ordine. Come non desiderare che gli ebrei messianici entrino in piena comunione con la Chiesa, affinché anch’essi possano partecipare al banchetto del Signore e sperimentare le meraviglie della sua Presenza eucaristica e del suo amore?

d) Il sabato e la domenica

«Dio ha affidato a Israele il sabato perché lo rispetti in segno dell’Alleanza perenne» (CCC 2171).

Il comandamento di ricordare e osservare lo Shabbat commemora sia l’opera creatrice di Dio sia la liberazione d’Israele dalla schiavitù d’Egitto (Es 20,8–11; Dt 5,12–15; CCC 2169–2170). Come sappiamo, Yeshua è risorto il primo giorno della settimana (Mt 28,1; Mc 16,2; Lc 24,1; Gv 20,1). Per questo i primi credenti cominciarono presto a riunirsi la domenica per pregare e commemorare la «nuova creazione inaugurata con la risurrezione di Cristo» (At 20,7; CCC 2174). Così la domenica divenne per i cristiani «il primo di tutti i giorni, la prima di tutte le feste, il giorno del Signore» (CCC 2174) e il «compimento del sabato» (CCC 2175). Tuttavia, come ho spiegato sopra, «compimento» non significa «abrogazione». Per i primi cristiani ebrei sarebbe stato impensabile che Gesù avesse abolito il sabato, il segno stesso dell’alleanza di Dio con Israele.

Eppure, nonostante la preminenza del settimo giorno nel Tanakh, vi sono indizi che l’ottavo giorno rivesta un significato particolare per Israele. Fin dal tempo di Abramo, i bambini ebrei vengono circoncisi ed entrano nell’alleanza con Dio l’ottavo giorno (Gen 17,12). I sacerdoti discendenti di Aronne iniziarono il loro ministero nel santuario l’ottavo giorno, dopo sette giorni di preparazione e consacrazione (Lv 9). E la festa delle Capanne, così ricca di significato escatologico, conclude la sua settimana di celebrazioni l’ottavo giorno con la grande festa di Shemini Atzeret.

Un articolo intitolato «The Eighth Dimension», pubblicato sul sito ebraico ortodosso Chabad, mette in luce la dimensione soprannaturale e sovrastorica dell’ottavo giorno:

Se il numero sette definisce la realtà naturale, l’otto rappresenta ciò che è al di sopra della natura, la circonferenza che abbraccia il cerchio della creazione.

Il sette comprende sia la materia sia lo spirito, sia il profano sia il sacro, sia il coinvolgimento sia la trascendenza, ma come componenti separate e distinte del ciclo della creazione; la settima dimensione eserciterà la sua influenza sulle altre sei, ma soltanto in modo trascendente, come una realtà spirituale, ultraterrena, che non sarà mai veramente interiorizzata e integrata nel sistema. Al contrario, l’otto rappresenta l’introduzione di una realtà che va oltre ogni natura e definizione, compresa la definizione di «trascendenza». Questa ottava dimensione, se possiamo chiamarla una «dimensione», non ha alcun limite: trascende e pervade, al di là della natura eppure pienamente presente in essa, al di là sia della materia sia dello spirito eppure pienamente presente in entrambi.

Lo stesso articolo spiega:

il settimo millennio messianico della storia sarà seguito dal «mondo a venire» sovrastorico (olam ha-ba), nel quale la realtà divina si unirà alla realtà creata in modi che non possiamo neppure immaginare in un mondo in cui il finito e l’infinito si escludono a vicenda.

Tragicamente, nel corso della storia il fossato tra la Sinagoga e la Chiesa ha trovato espressione nella contrapposizione teologica tra sabato e domenica. Con la diffusione della teologia della sostituzione, i cristiani hanno cominciato a parlare della domenica come di un giorno che avrebbe «rimpiazzato» e «sostituito» il sabato. Oggi la maggior parte degli ebrei messianici celebra giustamente il culto di sabato, in continuità e fedeltà all’alleanza che Dio ha stretto con i loro antenati. Più di una volta, però, ho sentito credenti messianici parlare con disprezzo della tradizione cristiana del culto domenicale, o delle festività cristiane nel loro insieme, non di rado con una nota di scherno o di disdegno.

Suggerisco che sia giunto il momento di sanare la frattura tra sabato e domenica. Le due osservanze non devono necessariamente escludersi a vicenda. In fondo, credenti ebrei e non ebrei possono entrambi godere dei vantaggi di un fine settimana di due giorni! Mentre gli ebrei continuano fedelmente a ricordare, nella celebrazione del sabato, la prima creazione, la loro alleanza con Dio e la liberazione dall’Egitto, tutti i credenti, compresi gli ebrei, sono invitati a entrare nell’«ottavo giorno» soprannaturale e nella nuova creazione inaugurata dalla risurrezione, che trascende la realtà di questo mondo.

e) La nostra Madre ebrea

Poiché le loro influenze teologiche provengono principalmente dall’ebraismo e dal protestantesimo evangelico, i credenti messianici sono generalmente riluttanti a dedicare troppa attenzione a Maria, guardando con sospetto al ruolo eminente che i cattolici le riconoscono. È un peccato, perché Miriam occupa una posizione che la rende particolarmente vicina agli ebrei messianici. Chi potrebbe comprendere il loro delicato ruolo di ponte tra la Sinagoga e la Chiesa meglio di Miriam, Figlia di Sion, Madre del Messia e Madre della Chiesa? In lei abbiamo l’immagine per eccellenza di questo ponte tra ebraismo e cristianesimo.

Anche un rapido esame dell’insegnamento cattolico su Maria mostra chiaramente che la Chiesa non la divinizza e non la pone sullo stesso piano di Cristo: «Ciò che la fede cattolica crede riguardo a Maria si fonda su ciò che essa crede riguardo a Cristo, ma quanto insegna su Maria illumina, a sua volta, la sua fede in Cristo» (CCC 487). Se è comprensibile che gli ebrei messianici si sentano a disagio di fronte al titolo di «Madre di Dio», più precisamente theotokos, cioè «colei che genera Dio», attribuito a Maria già nel II secolo, occorre capire che questo titolo afferma la divinità di Cristo, senza attribuire a Maria stessa alcuna qualità divina.

Non era forse conveniente che Dio preparasse in modo particolare la donna che sarebbe divenuta la madre del Messia? Come Figlia di Sion, Miriam porta a compimento il ruolo delle grandi eroine e matriarche del Tanakh (CCC 489). Diversi dei primi Padri della Chiesa videro Maria come la nuova Eva. Questa identificazione è già presente nel libro dell’Apocalisse, dove incontriamo Satana, identificato con l’antico serpente dell’Eden, in guerra contro la madre del Messia, che è anche figlia d’Israele, coronata di dodici stelle, e contro «il resto della sua discendenza», coloro che «custodiscono la testimonianza di Gesù» (Ap 12; cfr. Gen 3,15).

Questa gloriosa Madre del Messia e madre dei suoi discepoli è anche associata all’Arca dell’Alleanza, sia nell’Apocalisse (cfr. Ap 11,19) sia nel racconto della Visitazione in san Luca, che richiama da vicino il racconto di Davide che porta l’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme (cfr. 2 Sam 6,9–15).

Infine, il ruolo di Miriam come regina madre richiama quello della regina madre nell’antico Israele. Non era la moglie del re (quale, fra le tante?) a regnare al suo fianco nell’antico Israele, bensì sua madre. Lo vediamo nel caso di Betsabea, che sedeva su un trono alla destra del figlio, il re Salomone, e intercedeva presso di lui a favore di un altro (cfr. 1 Re 2,13–20).

Perché gli ebrei messianici non dovrebbero amare la madre di Yeshua come la propria madre, lei che è la nuova Eva, l’Arca della Nuova Alleanza e la regina madre che regna accanto al suo Figlio divino? Non si pone forse anche in continuità con tutte le belle personificazioni femminili che troviamo nell’ebraismo tradizionale, come Rachele che va in esilio con i suoi figli, il sabato come sposa e regina, e la divina Shekhinah che dimora con il suo popolo e veglia su di esso?

6. Una visione dell’«ebraismo messianico cattolico»

Come spero di aver mostrato, credo che l’«ebraismo messianico cattolico» non sia né un ossimoro né un sogno utopico, ma una realtà che fa parte integrante del piano di salvezza di Dio per il mondo. Ne vediamo già le primizie nel movimento ebraico-cattolico. Spero di aver posto alcuni fondamenti che ci aiutino a camminare verso questa meta. Da un lato, i cattolici devono respingere con decisione ogni traccia di antisemitismo e di teologia della sostituzione al loro interno. Questi atteggiamenti costituiscono niente meno che un tradimento dell’autentico cattolicesimo. La mia preghiera è che i cattolici accolgano gli ebrei messianici come fratelli e sorelle nel Messia e li accettino pienamente nella loro identità ebraica, compresi il loro amore per la Torah, per le usanze e le tradizioni ebraiche, e il loro legame biblico e profetico con la Terra d’Israele.

Al tempo stesso, prego che gli ebrei messianici abbiano il coraggio di superare le tendenze settarie e di affrontare seriamente i problemi di incertezza dell’autorità e di confusione dottrinale al loro interno. Possano scoprire che la Chiesa cattolica è anche la loro casa, dove sono sempre i benvenuti. Possano scoprire la benedizione di trovare solidità e certezza dottrinali sulla roccia di Pietro e di condividere la pienezza dei mezzi di salvezza che il Signore ci ha donato nei sette sacramenti, soprattutto nel dono del suo Corpo e del suo Sangue nella santa Eucaristia.

Ci sia dato di ritrovarci nella pienezza di quell’unità nell’«uomo nuovo», nel quale i cattolici ebrei messianici continuino a testimoniare la fedeltà del Dio d’Israele nell’alleanza della circoncisione e nella commemorazione del sabato, e nel quale cattolici ebrei e non ebrei possano celebrare insieme l’irrompere della nuova creazione compiuta nella risurrezione del Signore, l’ottavo giorno.

La nuova Eva, Arca della Nuova Alleanza e nostra Madre e Regina ebrea, preghi per noi, mentre aspiriamo insieme a vedere un movimento ebraico messianico capace di esprimere pienamente la propria identità ebraica nel Messia d’Israele e nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica!

Dr. André Villeneuve is Associate Professor of Old Testament and Biblical Languages at Sacred Heart Major Seminary in Detroit, Michigan. He obtained his Ph.D. from the Hebrew University of Jerusalem, and his Licentiate in Sacred Scripture from the Pontifical Biblical Commission in Rome. He is the author of Divine Marriage from Eden to the End of Days (2021), and Sirach (Catholic Commentary on Sacred Scripture). He is the director of Catholics for Israel, and on the Board of Directors of the Association of Hebrew Catholics.

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