Fonte: Middle East Quarterly (1 settembre 2026)
Introduzione: una dichiarazione controversa — i patriarchi contro il sionismo cristiano
Il 17 gennaio 2026, i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme hanno pubblicato una dichiarazione in cui avvertivano che «le recenti attività intraprese da persone del luogo che promuovono ideologie dannose, come il sionismo cristiano, traggono in inganno il pubblico, seminano confusione e compromettono l’unità del nostro gregge».1 I responsabili ecclesiali esprimevano preoccupazione perché tali attività avevano incontrato il favore di «alcuni attori politici» in Israele e all’estero, intenzionati a «portare avanti un’agenda politica» che avrebbe potuto «danneggiare la presenza cristiana in Terra Santa e nell’intero Medio Oriente». Affermavano inoltre che le azioni di queste persone, non identificate per nome, costituivano un’«ingerenza nella vita interna delle Chiese», sostenendo che soltanto i patriarchi «rappresentano le Chiese e i loro fedeli nelle questioni riguardanti la vita religiosa, comunitaria e pastorale cristiana in Terra Santa».2
La dichiarazione è comparsa sul sito del Patriarcato greco-ortodosso, ma non su quello del Patriarcato latino. È stata pubblicata brevemente sul sito della Custodia francescana di Terra Santa, prima di essere rimossa. Poiché è stata firmata collettivamente, senza nomi individuali, non è chiaro se le Chiese armena, siriaca, anglicana e luterana l’abbiano pienamente approvata: un’ambiguità significativa, che ne indebolisce la pretesa di parlare a nome di tutti i cristiani di Terra Santa.
Una controversia mondiale: la Chiesa contro il sionismo cristiano?
La dichiarazione ha suscitato immediatamente polemiche. Diversi commentatori cattolici si sono affrettati ad affermare che «i cattolici non credono nel sionismo», trattando la posizione dei patriarchi come dottrina cattolica assodata e liquidando il sionismo cristiano come una credenza protestante evangelicale incompatibile con il cattolicesimo. Il podcaster cattolico Michael Knowles ha affermato su X che la dichiarazione dei patriarchi «è sempre stata la posizione cattolica».3 Il giorno seguente, il gruppo Catholics for Catholics ha approvato la dichiarazione come una denuncia «ufficiale» del sionismo cristiano e ha ribadito la vecchia tesi sostituzionista secondo cui la Chiesa è il «nuovo Israele»4 — ignorando però l’insegnamento cattolico secondo cui definire la Chiesa «nuovo popolo di Dio» non significa che «il popolo di Dio d’Israele abbia cessato di esistere», e che Israele rimane «il popolo eletto e amato da Dio, il popolo dell’alleanza che non è mai stata abrogata o revocata».5
La dichiarazione ha incontrato anche forti obiezioni. L’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha contestato la pretesa di qualsiasi «confessione» di «rivendicare l’esclusiva nel parlare a nome dei cristiani di tutto il mondo», sostenendo che «un sionista riconosce semplicemente che il popolo ebraico ha il diritto di vivere nella propria patria antica, autoctona e biblica».6 Il teologo cattolico Gavin D’Costa ha criticato la dichiarazione perché prende di mira il sionismo cristiano, «tacendo sulle ideologie islamiste politiche che minacciano anch’esse gravemente la vita e le istituzioni cristiane in tutta la regione», e lascia senza risposta una domanda fondamentale: «Esiste una qualche collocazione legittima per Israele, oppure il sionismo — ebraico o cristiano — è inteso soltanto come un progetto di colonizzazione ed espansione imperiale?».7 Petra Heldt, direttrice della Fraternità ecumenica di ricerca teologica in Israele, ha definito la dichiarazione «deplorevole» per la sua mancanza di sensibilità pastorale e di chiarezza teologica.8
La dichiarazione ha innescato una reazione a catena negli Stati Uniti, intervenendo in un contesto in cui l’opinione cristiana su Israele stava già cambiando. Un reportage del Washington Post del gennaio 2026 documentava il calo del sostegno evangelicale a Israele, accelerato dalle critiche pubbliche di Tucker Carlson e dal crescente disagio tra gli evangelici più giovani.9 Un sondaggio del Pew Research Center dell’aprile 2026 ha confermato che le opinioni negative su Israele continuano ad aumentare tra gli americani, soprattutto tra i giovani.10 Questa tendenza è proseguita negli ultimi mesi, con l’opposizione a Israele divenuta un consenso trasversale ai due maggiori partiti.11
Diverse voci cattoliche di spicco hanno successivamente sostenuto la posizione dei patriarchi. Durante un’audizione davanti alla Commissione per la libertà religiosa, il 9 febbraio 2026, Carrie Prejean Boller ha dichiarato: «Sono cattolica e i cattolici non aderiscono al sionismo».12 Il 12 febbraio, Catholics for Catholics ha diffuso un video che pretendeva di presentare «la posizione cattolica sul sionismo e sullo Stato d’Israele del 1948», negando qualsiasi validità teologica allo Stato ebraico.13 Il 20 marzo, Matt Fradd, podcaster del Daily Wire, ha pubblicato un «Piccolo catechismo sul sionismo cristiano», sostenendo di presentare il «giudizio definitivo» della Chiesa in materia e definendolo «un’ideologia che colloca erroneamente il compimento delle promesse di Dio»14 — sebbene, come ha dimostrato David Orenstein di CAMERA, la presentazione di Fradd distorcesse gravemente sia il sionismo cristiano sia l’insegnamento cattolico su Israele.15 Queste reazioni condividevano un medesimo presupposto: che la dichiarazione dei patriarchi rappresentasse il cristianesimo cattolico e ortodosso nel suo orientamento prevalente, e che il sionismo cristiano fosse una deviazione protestante evangelicale.
Eppure, sono contestate proprio le pretese della dichiarazione di possedere autorità teologica e rappresentatività universale. L’assenza del Patriarcato latino e la rimozione del testo dal sito francescano suggeriscono che il consenso rivendicato sia più ristretto di quanto si lasci intendere. Inoltre, il grande assente da questi dibattiti pubblici era il vero destinatario della dichiarazione: il tenente colonnello della riserva Ihab Shlayan, fondatore dell’Israeli Christian Voice. Per comprendere la reazione dei patriarchi e il movimento di Shlayan, è indispensabile richiamare alcuni precedenti storici. Un esame più attento della storia e dei protagonisti all’origine della dichiarazione indica che la posizione dei patriarchi ha più a che fare con la politica ecclesiastica mediorientale che con una dottrina cristiana autorevole su Israele e il sionismo.
Il contesto storico: la teologia palestinese della liberazione
L’opposizione al sionismo da parte delle Chiese di Gerusalemme ha radici profonde. I cristiani di Terra Santa hanno tradizionalmente condiviso con i musulmani una comune identità palestinese o araba, e hanno svolto un ruolo nel movimento antisionista sia prima sia dopo la fondazione d’Israele nel 1948. Due cugini cristiani di Giaffa fondarono il primo giornale della Palestina ottomana, intitolato Filistin (Palestina), che già nel 1911 aveva la maggiore diffusione nella regione ed era una delle principali voci contro il sionismo.16
I cristiani palestinesi furono profondamente segnati dalla «Nakba» del 1948. Città e villaggi cristiani vennero spopolati. Alcuni cristiani palestinesi ebbero ruoli importanti nella lotta armata: il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) fu fondato nel 1967 da George Habash, un cristiano greco-ortodosso di Lidda (Lod), che aveva assistito personalmente alla sua evacuazione forzata. Anche il cofondatore Wadie Haddad era un cristiano ortodosso, originario di Safed. Ma queste figure erano animate dal nazionalismo arabo laico e dall’ideologia marxista-leninista, non dalla fede cristiana. Si attribuisce a Habash questa affermazione: «Quando la mia terra fu occupata, non avevo tempo di pensare alla religione».17
La resistenza cristiana a Israele, tuttavia, è stata prevalentemente non violenta, e la sua principale forza ideologica è stata la teologia palestinese della liberazione (TPL). La TPL è emersa durante la guerra del 1948 e si è sviluppata nei decenni successivi, alimentata dal perdurare del conflitto e dalle sofferenze personali dei cristiani palestinesi. Il suo testo fondativo è il libro di Naim Ateek del 1989, Justice and Only Justice: A Palestinian Theology of Liberation. Ateek, sacerdote anglicano espulso dalla Galilea nel 1948, ha fondato nel 1987 a Gerusalemme il Centro ecumenico Sabeel di teologia della liberazione. Altre figure di rilievo della TPL sono l’arcivescovo greco-cattolico melchita Elias Chacour, profugo del villaggio distrutto di Kafr Bir’am e autore del libro autobiografico Blood Brothers; Mitri Raheb, pastore evangelico luterano di Betlemme e fondatore dell’Università Dar al-Kalima; Michel Sabbah, già patriarca latino di Gerusalemme; e Munther Isaac, pastore luterano a Betlemme e autore di Christ in the Rubble: Faith, the Bible, and the Genocide in Gaza.18
La TPL sostiene di conciliare i doveri cristiani dell’amore e del perdono con la resistenza all’occupazione israeliana, fornendo un quadro teologico alle aspirazioni nazionali palestinesi. Pur presentandosi come una teologia profetica e antimperialista della nonviolenza, capace di offrire soluzioni all’«attuale situazione ingiusta», denuncia il sionismo cristiano come «un esempio lampante dell’uso improprio della Bibbia per promuovere violenza, razzismo e ingiustizia».19
Va ricordato che la teologia della liberazione, più in generale, è stata oggetto di persistenti critiche da parte dello stesso Magistero della Chiesa cattolica. La Congregazione per la dottrina della fede (CDF), guidata dal cardinale Ratzinger, ha pubblicato due autorevoli Istruzioni sull’argomento, nel 1984 e nel 1986. L’Istruzione del 1984 metteva in guardia dal ridurre il Vangelo a un semplice «vangelo terrestre» (VI.5) attraverso «concetti mutuati acriticamente dall’ideologia marxista» (VI.10). Denunciava «una radicale politicizzazione delle affermazioni della fede e dei giudizi teologici», nella quale «ogni affermazione della fede o della teologia viene subordinata a un criterio politico» (IX.6): un’accusa che si applica direttamente alla subordinazione della teologia alla politica nazionale palestinese operata dalla TPL.20 Il documento del 1986, dal tono più costruttivo, avvertiva a sua volta: «La dimensione salvifica della liberazione non può essere ridotta alla dimensione socio-etica, che ne è una conseguenza» (71). In base a questo criterio, qualsiasi teologia che fondi la liberazione sull’identità etnica e sulla resistenza politica anziché sul Vangelo deve essere giudicata carente.21
Il pensiero della TPL ha plasmato direttamente due importanti dichiarazioni della gerarchia ecclesiastica di Gerusalemme. La «Dichiarazione di Gerusalemme sul sionismo cristiano» del 2006 respingeva categoricamente le dottrine sioniste cristiane come «un falso insegnamento che corrompe il messaggio biblico» e avvertiva senza mezzi termini che «il sionismo cristiano e le sue alleanze giustificano la colonizzazione, l’apartheid e l’espansione imperiale». Condannava il sionismo cristiano perché promuoveva «l’esclusivismo razziale e la guerra perpetua» e condannava il mondo «alla catastrofe di Armageddon».22 Suscitò una risposta congiunta di tre organizzazioni sioniste cristiane, che la criticarono duramente per il suo «linguaggio incendiario» e per posizioni «lontane dalla verità», dato che queste organizzazioni cercavano di essere «una benedizione», aiutando tutti i gruppi di popolazione del paese.23
Il documento Kairos Palestine del 2009, «Un momento di verità», redatto da Ateek, Raheb, Sabbah e altri, si spingeva ancora oltre. Accusava Israele di molteplici crimini, presentando i palestinesi come vittime innocenti e ignorando la storia del terrorismo palestinese, comprese due intifade violente. Il documento invitava alla «resistenza al male dell’occupazione», sostenendo che «se non ci fosse occupazione, non ci sarebbe resistenza…» (1.4)24 — trascurando il fatto che, come ha osservato Malcolm Lowe, «organizzazioni come Hamas, che godono di un sostegno di massa tra la popolazione palestinese, hanno giurato di continuare tale resistenza finché esisterà lo Stato d’Israele».25 Il documento appoggiava esplicitamente il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), invitando «individui, aziende e Stati a praticare il disinvestimento e il boicottaggio economico e commerciale di tutto ciò che viene prodotto dall’occupazione» (4.2.6).26 Da allora, Kairos Palestine è diventato una delle voci cristiane più influenti a sostegno del BDS a livello internazionale.
Un successivo documento del 2025, «Kairos Palestine II — Un momento di verità: la fede in un tempo di genocidio», manteneva il tono bellicoso del precedente. Esortava le Chiese a «fare pressione sui propri governi affinché isolino Israele, lo chiamino a rispondere delle sue azioni, gli impongano sanzioni, lo boicottino e vietino l’esportazione di armi», denunciando al contempo il sionismo cristiano come «una distorsione teologica e una corruzione morale» che promuove un «dio tribale e razzista della guerra e della pulizia etnica».27 È stato criticato perché appare «meno come un documento ecclesiale o teologico che come un manifesto plasmato dall’ideologia rivoluzionaria contemporanea», e perché manca di integrità teologica, coerenza morale, responsabilità retorica e credibilità empirica, adottando un linguaggio, presupposti e una logica morale che rispecchiano «quelli dei movimenti di attivismo laico e della propaganda islamista molto più fedelmente della tradizione morale cristiana che pretende di rappresentare».28
Un cambio di prospettiva: i cristiani israeliani sionisti e il movimento arameo
Negli ultimi decenni, molti cristiani in Israele hanno sperimentato una crescente dissonanza cognitiva tra la narrazione della TPL e la realtà vissuta. Mentre la TPL presentava un fronte palestinese unito, cristiano e musulmano, contro il sionismo, i cristiani israeliani individuavano sempre più nell’ideologia islamista radicale una minaccia esistenziale maggiore di quella rappresentata dallo Stato ebraico. Pur osando raramente dirlo in pubblico, da decenni i cristiani mediorientali ripetevano il proverbio «Dopo il sabato viene la domenica», intendendo che, una volta finito con gli ebrei, i musulmani si sarebbero rivolti contro i cristiani.29 La Primavera araba del 2011 ha cambiato radicalmente questa valutazione.
Gli sconvolgimenti nel mondo arabo hanno scatenato ondate di violenza contro le minoranze cristiane: in Egitto sono state attaccate chiese copte; in Siria, comunità cristiane sono state prese di mira da ribelli islamisti che hanno imposto la sharia nei villaggi conquistati; e in seguito lo Stato islamico ha annientato antiche comunità cristiane in Iraq e in Siria. Per i cristiani israeliani era impossibile ignorare il contrasto con la società israeliana, relativamente libera e tollerante. La Primavera araba è stata al tempo stesso un monito e un momento di mobilitazione: ha reso visibile ciò che si temeva da tempo.
Il movimento dei cristiani israeliani favorevoli a Israele rappresenta una corrente di pensiero distinta e controversa all’interno della minoranza cristiana autoctona del paese: rifiuta l’identità araba palestinese, aderisce al sionismo e alle istituzioni dello Stato d’Israele, sostiene il servizio nelle Forze di difesa israeliane (IDF) e cerca il riconoscimento come popolo autoctono distinto — gli Aramei — anziché come cristiani arabi. Ciò lo pone spesso in contrasto con i cristiani palestinesi e con la gerarchia ecclesiastica consolidata di Gerusalemme, come dimostra la dichiarazione dei patriarchi e dei capi delle Chiese del gennaio 2026.
La nascita istituzionale del movimento risale all’ottobre 2012, quando un gruppo di attivisti cristiani — perlopiù ufficiali di grado intermedio delle IDF di origine maronita — ha fondato il Forum per il reclutamento dei cristiani israeliani, definendosi «israeliani cristiani che parlano arabo». Alla prima conferenza pubblica del Forum, nell’ottobre 2012, tre sacerdoti hanno espresso il loro sostegno. Il giorno seguente è iniziata una campagna di minacce e intimidazioni. Due sacerdoti si sono ritirati; uno, padre Gabriel Naddaf, è rimasto fermo.30
Naddaf (nato nel 1973), sacerdote greco-ortodosso di Nazaret, è diventato la prima figura pubblica di spicco del movimento. Invitava i cristiani arabi a riconsiderare la propria identità araba, sostenendo che non fossero etnicamente arabi, bensì Aramei autoctoni — «discendenti di popoli che vivono qui, in Israele, fin dai tempi biblici» — indissolubilmente legati al popolo ebraico.31 Naddaf ha pagato un prezzo personale molto alto: è stato definito un traditore e ha ricevuto minacce di morte; gli è stato vietato l’ingresso nella chiesa dell’Annunciazione; il figlio maggiore è stato picchiato con una spranga di ferro; e l’Autorità palestinese ha fatto pressione sul patriarca greco-ortodosso perché lo destituisse.32 Nel settembre 2014, Naddaf ha parlato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, dichiarando: «Israele è l’unico luogo in cui i cristiani del Medio Oriente sono al sicuro».33

Una svolta giuridica storica è arrivata nello stesso mese, quando il ministro dell’Interno Gideon Sa’ar ha riconosciuto ufficialmente gli Aramei come etnia distinta, consentendo ai cristiani di origine maronita, greco-ortodossa, greco-cattolica e siriaca di registrarsi come aramei anziché come arabi. Nell’ottobre 2014, il figlio di due anni di Shadi Khalloul è diventato la prima persona nella storia moderna a essere registrata in questo modo.34 Prima del 2012, circa 35 cristiani all’anno si arruolavano volontariamente nelle IDF. Già nel 2013, gli arruolamenti cristiani erano triplicati.35 Al momento della stesura di questo articolo, 394 soldati cristiani prestano servizio nelle IDF.36
Shadi Khalloul, presidente dell’Associazione cristiana aramaica israeliana (ICAA), è oggi il portavoce del movimento più noto a livello internazionale. Ex paracadutista delle IDF, cinque volte candidato alla Knesset e fondatore di un’accademia di preparazione militare congiunta per cristiani ed ebrei, Khalloul ha lasciato il marketing nel settore dell’alta tecnologia per dedicarsi alla rinascita della lingua e della cultura aramaiche. Considera ebrei e Aramei «i veri popoli autoctoni» della terra d’Israele, «uniti dalla storia, dall’ascendenza e dalla cultura», il cui partenariato costituisce il fondamento di un «legame indissolubile». Ha dichiarato: «Solo in uno Stato ebraico sovrano possiamo anche soltanto sperare di vivere come uomini e donne liberi».37
Dietro la controversia: il tenente colonnello Ihab Shlayan e l’Israeli Christian Voice
La causa immediata della dichiarazione dei patriarchi del gennaio 2026 è stata l’attività del tenente colonnello della riserva Ihab Shlayan, l’ufficiale cristiano di grado più elevato nella storia delle IDF e fondatore dell’Israeli Christian Voice (ICV).38 Arameo di origine greco-ortodossa e armena, Shlayan ha ricoperto incarichi di comando nelle IDF, tra cui il comando di un battaglione sulle alture del Golan e sul monte Hermon. Ha ideato la bandiera dei cristiani israeliani e, nel 2012, ha cofondato il Forum per il reclutamento dei cristiani, il primo organismo a unire i cristiani israeliani di tutte le confessioni intorno all’integrazione civica e al servizio militare.39
Attraverso l’ICV, Shlayan promuove l’integrazione civica nello Stato ebraico e contrasta le narrazioni anti-israeliane nei media cristiani occidentali. Secondo il materiale di presentazione dell’organizzazione, l’ICV «si dedica al rafforzamento e alla promozione dello status della comunità cristiana nello Stato d’Israele, adoperandosi al contempo per ottenerne il riconoscimento internazionale». Le sue attività comprendono «la promozione della solidarietà tra ebrei e cristiani» e «lo sviluppo di relazioni pacifiche e fraterne con tutti i settori della società». Nella stessa presentazione, Shlayan dichiara a nome dei cristiani israeliani che rappresenta: «Ci consideriamo parte di questo Stato e non di coloro che vi si oppongono»,40 riconoscendo che la comunità cristiana può vivere e praticare la propria fede in sicurezza nello Stato d’Israele, a differenza dei cristiani perseguitati nella maggior parte degli altri paesi del Medio Oriente.
Allo stesso tempo, Shlayan è stato un difensore aperto e risoluto dei diritti dei cristiani in Israele, presentando al governo un programma concreto: il riconoscimento ufficiale dei cristiani come comunità distinta dagli arabi musulmani; pari accesso al lavoro e alle borse di studio per chi presta servizio; una sezione pedagogica dedicata all’istruzione cristiana; strutture per il reclutamento nelle IDF; un memoriale per i 29 cristiani caduti in servizio; un’adeguata rappresentanza nelle istituzioni statali; una migliore amministrazione e maggiore sicurezza nelle città a maggioranza araba; e sostegno ai cristiani in Giudea, Samaria, Gaza e Siria.41
L’allarme dei patriarchi si è intensificato dopo l’incontro del 9 gennaio 2026 tra Shlayan e Huckabee all’ambasciata statunitense a Gerusalemme, durante il quale i due hanno discusso delle future iniziative da intraprendere con l’amministrazione Trump a favore dei cristiani israeliani. Shlayan sostiene che la dichiarazione antisionista sia stata promossa dal Patriarcato greco-ortodosso sotto la pressione diretta dell’Autorità palestinese e del Waqf islamico giordano — l’autorità preposta ai beni religiosi che amministra i luoghi santi musulmani di Gerusalemme Est. Come ha affermato Shlayan: «Chi controlla l’intero Patriarcato e tutta Gerusalemme Est sono il Waqf giordano e l’Autorità palestinese».42
Gli studiosi hanno interpretato il conflitto sottostante come il confronto tra due strategie concorrenti di sopravvivenza minoritaria. La TPL cerca sicurezza nella solidarietà con la società araba e nella resistenza allo Stato ebraico. Il movimento arameo persegue quella che alcuni hanno definito una «drusizzazione dal basso»: una strategia di integrazione civica e militare con Israele che nasce dalla base e prende a modello la riuscita integrazione della comunità drusa.43
Conclusione: tensioni, opportunità e sfide
La controversia innescata dalla dichiarazione del gennaio 2026 riflette una frattura reale e sempre più profonda all’interno del cristianesimo in Terra Santa, che si va delineando da oltre un decennio. Da un lato si colloca la teologia palestinese della liberazione: solidarietà con le aspirazioni nazionali palestinesi, resistenza a Israele e al sionismo, e unità tra cristiani e musulmani radicata nella sofferenza condivisa. Dall’altro emerge un movimento di cristiani israeliani che rifiutano l’identità araba palestinese loro attribuita, abbracciano l’integrazione civica nello Stato ebraico e sostengono che il sionismo non sia il loro oppressore, ma la loro migliore garanzia di sopravvivenza in una regione ostile.
Il movimento rappresentato da Naddaf, Khalloul e Shlayan è numericamente piccolo — circa quindicimila cristiani aramei in Israele44 — ma ha un notevole significato simbolico e strategico, e sta acquisendo forza e sostegno tra gli altri cristiani israeliani. Mette in discussione la polarizzazione di lunga data che ha contrapposto gli ebrei israeliani a un fronte arabo unito, cristiano e musulmano, e offre a Israele un potenziale ponte verso l’opinione cristiana occidentale, in un momento in cui essa si sta orientando in direzioni preoccupanti.
Da questa analisi derivano tre conclusioni, che interpellano tre gruppi: i commentatori cattolici, i cristiani di Terra Santa e il governo israeliano. In primo luogo, la reazione mondiale dei commentatori cattolici che hanno dato per scontato che i patriarchi esprimessero una dottrina cristiana senza tempo era del tutto fuorviante. In realtà, la dichiarazione dei patriarchi era un esempio di realpolitik mediorientale oppure, come ha affermato Shadi Khalloul, «un’ammissione che i cristiani sono perseguitati dai governi arabi islamici», nonché il prodotto di una «mentalità da dhimmi» che spera di trovare protezione presso quegli stessi governi.45 Da decenni la gerarchia ecclesiastica di Gerusalemme è sottoposta alle pressioni dell’Autorità palestinese e del Waqf giordano, che di fatto controlla il Patriarcato greco-ortodosso e i luoghi santi musulmani di Gerusalemme Est. Secondo questa lettura, l’ostilità istintiva dei patriarchi verso il sionismo cristiano può essere interpretata meno come l’espressione di una teologia cristiana universale che come il proseguimento di una consolidata strategia di sopravvivenza minoritaria: sottomettersi all’ordine politico musulmano dominante in cambio di tolleranza. I commentatori cattolici che si sono affrettati ad approvare la dichiarazione come «la posizione cattolica» hanno mostrato una comprensione superficiale dell’insegnamento cattolico su Israele e non hanno colto il contesto politico in cui essa era stata prodotta. Impareranno da questa vicenda a esercitare maggiore prudenza, prima di trarre ampie conclusioni teologiche da quelle che, in definitiva, sono dichiarazioni politiche?
In secondo luogo, i due movimenti divergenti all’interno del cristianesimo in Terra Santa pongono non solo i patriarchi e i capi delle Chiese, ma tutti i cristiani locali — israeliani e palestinesi — davanti a una scelta decisiva: continueranno sulla via della resistenza e dell’opposizione allo Stato ebraico delineata dalla TPL, insieme alla politica di accondiscendenza verso gli attori arabi e musulmani del Medio Oriente — una via che dal 1948 ha prodotto pochi risultati, se non nessuno — oppure troveranno il coraggio di seguire il nuovo percorso aperto da Naddaf, Khalloul e Shlayan, lavorando con lo Stato ebraico anziché contro di esso? Questo percorso ha già prodotto risultati concreti: riconoscimento giuridico, dialogo costruttivo con l’ambasciatore statunitense e il governo israeliano, e una migliore integrazione nella società israeliana.
In terzo luogo, il movimento dei cristiani israeliani favorevoli a Israele offre allo Stato d’Israele una potenziale opportunità strategica: stringere un’autentica alleanza con i propri cittadini cristiani, dimostrare al mondo cristiano occidentale che lo Stato ebraico e le comunità cristiane condividono non solo profonde radici teologiche, ma anche comuni interessi strategici, e mostrare che la storia del cristianesimo in Terra Santa non è una storia di oppressione sionista, bensì di fioritura sotto la sovranità ebraica. Questa storia, raccontata da figure come Naddaf, Khalloul e Shlayan, è uno degli argomenti più convincenti a favore d’Israele nell’attuale clima internazionale. Per cogliere tale opportunità, il governo israeliano dovrebbe riconoscere formalmente la comunità cristiana come minoranza distinta, rispondere alle richieste concrete dell’ICV in materia di istruzione, sicurezza e servizio militare, e dare attivamente risalto a queste voci nelle proprie relazioni con il mondo cristiano internazionale.
L’opportunità comporta degli obblighi. I responsabili cristiani israeliani hanno indicato problemi concreti e irrisolti: la criminalità organizzata dilagante nelle città a maggioranza araba, senza un’adeguata risposta delle forze dell’ordine; gli attacchi di coloni estremisti contro comunità cristiane come Taybeh, in Cisgiordania; la mancanza di un’adeguata rappresentanza, di autonomia educativa, di strutture per il reclutamento nelle IDF e di un memoriale per i soldati cristiani caduti. Sono prove concrete per verificare se il partenariato proposto da Shlayan e Khalloul sia reale o soltanto retorico.
La dichiarazione dei patriarchi riflette l’ansia di una gerarchia consolidata, la cui autorità e la cui narrazione vengono contestate dall’interno. Ma il movimento che essa ha preso di mira non scomparirà. Come suggerisce il richiamo di Khalloul al motto di Herzl, «Se lo vorrete, non sarà un sogno»: si tratta di comunità con una visione e una lunga memoria. Lo Stato d’Israele saprà cogliere questa opportunità o la sprecherà?



