Fonte: www.michaeljvlach.com (8 aprile 2026). Riprodotto con il permesso dell’autore.
Il rapporto tra l’Israele della Bibbia e il moderno Stato d’Israele è una delle questioni più dibattute nella teologia cristiana contemporanea. Molti cristiani cercano di comprendere come l’Israele di oggi si rapporti a quello di cui leggiamo nelle pagine della Scrittura.
Questo studio esamina il rapporto tra l’Israele biblico e l’Israele di oggi, e le sue implicazioni per il modo in cui i cristiani dovrebbero considerare Israele nell’epoca presente. Sostengo che Israele, come popolo e nazione, conservi sempre un ruolo significativo nei disegni di Dio e che l’attuale Stato ebraico, pur trovandosi al presente nell’incredulità, rimanga strettamente legato all’Israele descritto nella Scrittura.
Occorre precisare il metodo con cui viene affrontata la questione. Le discussioni su Israele e sull’Israele contemporaneo spesso prendono le mosse da passi che non trattano direttamente la sua identità o il suo ruolo nel piano di Dio. Questo studio pone invece l’accento sui testi che definiscono esplicitamente chi sia Israele e quale ruolo svolga la nazione nello sviluppo del racconto biblico. Partendo da questi passi fondamentali, possiamo valutare meglio il rapporto tra l’Israele di oggi e quello descritto nella Bibbia.
Israele nella Bibbia
Una discussione corretta del rapporto tra l’Israele della Bibbia e il moderno Stato d’Israele dovrebbe iniziare chiarendo che cosa la Bibbia intenda per «Israele». Nella Scrittura, Israele è un popolo con una dimensione etnica, nazionale e territoriale. Dio descrisse Israele come la «grande nazione» che aveva promesso ad Abramo (Gen 12,2).
La dimensione etnica di Israele
In primo luogo, Israele possiede una dimensione etnica. La nazione discende da Abramo, Isacco e Giacobbe, e le tribù d’Israele formarono un popolo unito da una discendenza riconoscibile. In Genesi 32, il nome di Giacobbe fu cambiato in Israele dopo la sua lotta con Dio. Il nome «Israele» significa probabilmente «egli lotta con Dio». Da quel momento, i discendenti di Giacobbe furono conosciuti come i figli d’Israele, e la nazione trasse la propria identità da questo patriarca. Gli Israeliti erano dunque i discendenti secondo la carne di Giacobbe, l’uomo a cui Dio aveva dato il nome di Israele. Le promesse ad Abramo e ai suoi discendenti presuppongono quindi l’esistenza di un popolo reale, unito da una comune ascendenza.
Eppure Israele non fu mai completamente chiuso agli estranei. I non Israeliti potevano unirsi a Israele e aderire al Signore. La «moltitudine mista» che lasciò l’Egitto comprendeva persone che si erano associate a Israele (Es 12,38). In seguito, Raab e Rut entrarono a far parte di Israele e compaiono persino nella genealogia di Gesù. Israele possedeva quindi un nucleo fondato sulla discendenza, pur restando aperto a quanti accoglievano il Dio d’Israele.
Israele come nazione
In secondo luogo, Israele è un’entità nazionale. Al Sinai, Israele divenne una nazione dotata di una legge, di una guida e di una responsabilità collettiva davanti a Dio (Es 19,5–6; Dt 4,5–8). Non era semplicemente un insieme di individui accomunati da convinzioni religiose, ma un popolo che condivideva storia, lingua, culto e modi di vivere. La nazione possedeva leggi, feste, istituzioni e una memoria collettiva propri, che la distinguevano dai popoli circostanti.
Israele e la Terra promessa
In terzo luogo, Israele è legato a un territorio. Le alleanze bibliche collegano ripetutamente Israele a una terra specifica. Dio disse ad Abramo: «Alla tua discendenza ho dato questa terra» (Gen 15,18). In seguito dichiarò: «Darò a te e alla tua discendenza dopo di te la terra nella quale soggiorni, tutta la terra di Canaan, in possesso perenne» (Gen 17,8). La promessa fu ribadita a Isacco (Gen 26,3) e a Giacobbe (Gen 28,13).
Lo scopo dell’elezione di Israele
Qual era lo scopo dell’elezione di Israele? Israele fu scelto per benedire le nazioni. Dio disse ad Abramo: «Farò di te una grande nazione… e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2–3). Dio intendeva operare attraverso questo popolo affinché le sue benedizioni raggiungessero il mondo intero. Il Salmo 67,1–2 invoca: «Dio abbia pietà di noi e ci benedica… perché si conosca sulla terra la tua via, fra tutte le nazioni la tua salvezza». La nazione fu scelta affinché la verità di Dio, la sua salvezza e i suoi disegni per il Regno si estendessero ai popoli della terra.
La scelta di Israele da parte di Dio aveva una finalità collettiva e non dipendeva dalla salvezza personale o dalla fedeltà di ogni Israelita o di ogni generazione della sua storia. Israele fu piuttosto scelto per svolgere funzioni storiche e internazionali specifiche nel piano di Dio. Queste benedizioni universali giungono attraverso diversi ruoli fondamentali assegnati a Israele. Attraverso Israele Dio diede al mondo le Scritture (Rm 3,2). Da Israele venne il Messia, il Salvatore del mondo (Rm 9,5). Israele è inoltre destinato a essere il centro geografico del futuro regno terreno del Messia sulle nazioni (Is 2,2–4; Zc 14,16–21).
Questi disegni non richiedevano che ogni Israelita fosse spiritualmente fedele. Nel corso della storia d’Israele molti vissero nell’incredulità, eppure Dio continuò a portare avanti i propri disegni attraverso il popolo nel suo insieme. L’elezione di Israele riguarda dunque il ruolo della nazione nel piano storico di Dio e trascende le mancanze di singole generazioni, anche durante i periodi di castigo, esilio e dispersione. Allo stesso tempo, la salvezza degli individui è sempre dipesa dalla fede personale nel Signore, come mostra l’esempio di Abramo in Genesi 15,6.
Israele, un popolo che attraversa le generazioni
Un’altra caratteristica importante dell’Israele biblico è la sua continuità attraverso le generazioni. Israele non si limita a una singola generazione vissuta in un particolare momento della storia. Possiede invece un’identità nazionale duratura che attraversa le generazioni. La Scrittura parla regolarmente di Israele come di un popolo la cui identità si estende nel tempo.
In Deuteronomio 29, Mosè dichiara che quanto prescrive non riguarda soltanto coloro che si trovano davanti a lui quel giorno, ma anche «quelli che oggi non sono qui con noi». Anche Deuteronomio 30 si rivolge a Israele collettivamente, con un linguaggio che attraversa le generazioni. Il passo usa il pronome «tu» per parlare sia agli Israeliti del tempo di Mosè sia alle generazioni future, che avrebbero conosciuto la dispersione tra le nazioni e poi il ritorno nella terra (Dt 30,1–5). È allo stesso popolo dell’alleanza che il testo si rivolge attraverso il tempo, sebbene le diverse generazioni vivano circostanze storiche differenti.
In Matteo 23,37–39, Gesù si lamenta su Gerusalemme e dichiara: «Non mi vedrete più finché non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”». Le sue parole si rivolgono alla generazione che ha davanti, ma indicano anche una futura generazione d’Israele che lo accoglierà. L’affermazione presuppone la continuità della nazione nel tempo.
La permanenza di Israele come nazione
L’alleanza abramitica stessa stabilisce la permanenza di Israele come popolo. Dio promise ad Abramo: «Stabilirò la mia alleanza tra me e te e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, come alleanza perenne» (Gen 17,7). In precedenza il Signore aveva dichiarato: «Farò di te una grande nazione» (Gen 12,2). Poiché queste promesse furono date ai discendenti secondo la carne di Abramo nell’ambito di un’alleanza perenne, la continuità di Israele come popolo è garantita.
I profeti affermano la permanenza dell’esistenza nazionale di Israele. Geremia 31,35–36, un testo relativo alla Nuova Alleanza, dichiara che Israele rimarrà una nazione davanti al Signore finché durerà l’ordine stabilito del sole, della luna e delle stelle:
Così dice il Signore,
che dà il sole per illuminare il giorno
e l’ordine stabilito della luna e delle stelle per illuminare la notte,
che agita il mare e ne fa ruggire le onde;
Signore degli eserciti è il suo nome:
«Se questo ordine stabilito venisse meno
davanti a me, dichiara il Signore,
allora anche la discendenza d’Israele cesserebbe
di essere una nazione davanti a me per sempre».
Finché permane l’ordine creato, Israele rimane una nazione davanti a Dio. La continuità di Israele è ancorata alla permanenza dell’ordine stesso della creazione. Geremia ribadisce questo punto in 33,25–26:
Così dice il Signore: «Se non sussistesse la mia alleanza con il giorno e con la notte, e se non avessi stabilito le leggi del cielo e della terra, allora rigetterei la discendenza di Giacobbe e di Davide, mio servo… Ma ristabilirò le loro sorti e avrò pietà di loro».
Come il regolare ciclo del giorno e della notte continua per decreto di Dio, così i discendenti di Giacobbe non saranno rigettati come popolo.
Israele trascende ogni singola generazione. La nazione può conoscere l’esilio o la dispersione nel mondo. Può persino diventare «poco numerosa fra le nazioni» (Dt 4,27), ma rimane lo stesso popolo dell’alleanza nei disegni di Dio. In virtù dell’alleanza di Dio con Abramo, Israele è un popolo la cui esistenza nazionale continua lungo tutta la storia.
Anche quando Israele viene allontanato dalla propria terra, la nazione continua a essere considerata legata a essa. I profeti si rivolgevano spesso agli Israeliti esiliati come a un popolo che un giorno sarebbe tornato nella terra promessa ai suoi padri. Geremia 16,15 promette che il Signore ricondurrà Israele «nella loro terra, che ho dato ai loro padri». Questa formulazione presuppone che la terra rimanga loro anche mentre sono dispersi fra le nazioni. Anche Gesù indicò che il dominio delle genti su Gerusalemme avrebbe avuto un limite, dichiarando che la città sarebbe stata «calpestata dalle genti finché i tempi delle genti non siano compiuti» (Lc 21,24). La parola «finché» indica che questo calpestamento ha un limite nel piano di Dio e che un giorno lascerà spazio a una situazione diversa e migliore per Gerusalemme.
Il resto all’interno di Israele
Pur affermando l’identità di Israele come nazione, la Scrittura riconosce anche una distinzione al suo interno: un resto fedele che confida veramente nel Signore. Paolo spiega che non tutti coloro che appartengono etnicamente a Israele sono spiritualmente fedeli. In Romani 2,28–29 insegna che il vero Giudeo è colui il cui cuore è trasformato da Dio. In Romani 11,1–10 parla di un resto credente nella nazione durante periodi di incredulità diffusa. In Galati 6,16 si riferisce agli Israeliti fedeli come all’«Israele di Dio».
Questi passi mettono in risalto la dimensione spirituale dell’appartenenza al popolo di Dio, pur conservando la più ampia identità nazionale di Israele nella Scrittura.
Israele nel Nuovo Testamento
Il Nuovo Testamento continua a trattare Israele come un’entità nazionale riconoscibile nello svolgersi del piano di Dio. Gabriele annunciò che Gesù avrebbe ricevuto «il trono di Davide suo padre» e avrebbe «regnato sulla casa di Giacobbe per sempre» (Lc 1,32–33): un linguaggio che richiama naturalmente le speranze nazionali d’Israele radicate nell’alleanza davidica. In seguito, Gesù promise ai suoi apostoli che avrebbero seduto su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele (Mt 19,28; Lc 22,30). Al momento della sua ascensione, gli apostoli attendevano ancora che il regno fosse ristabilito per Israele (At 1,6), a dimostrazione del fatto che la speranza del regno d’Israele era rimasta intatta dopo la risurrezione. Pietro parlò poi di una futura restaurazione legata alla conversione d’Israele e all’adempimento delle promesse dell’alleanza (At 3,19–25). Anche Paolo dichiarò di essere processato a causa della speranza delle dodici tribù (At 26,6–7) e attese la futura salvezza di «tutto Israele» (Rm 11,26–27).
Allo stesso tempo, la Scrittura aveva predetto che le nazioni sarebbero state benedette attraverso Abramo (Gen 12,3; 17,4–8; 22,17–18). Galati 3 spiega che questa promessa si compie in Gesù, poiché i credenti provenienti dalle genti sono ora annoverati tra i discendenti di Abramo e partecipano alla benedizione a lui promessa. Tuttavia, l’inclusione delle genti come discendenti spirituali di Abramo non annulla i disegni di Dio per la nazione d’Israele. Riflette piuttosto la portata più ampia della promessa abramitica, che prevedeva da sempre che la benedizione si estendesse oltre Israele, fino alle nazioni.
Lo schema dell’alleanza nella storia d’Israele
Alcuni passi sono fondamentali per comprendere Israele perché delineano esplicitamente i piani e i disegni complessivi di Dio per questa nazione. Testi come Levitico 26, Deuteronomio 28–30, Deuteronomio 32, Ezechiele 20 e Romani 11 costituiscono punti di riferimento interpretativi per comprendere il ruolo di Israele nello sviluppo del racconto biblico. Affrontano in modo diretto e organico l’identità di Israele, la sua relazione di alleanza con Dio, i castighi subiti nella storia e la sua futura restaurazione.
Un’interpretazione responsabile dovrebbe prestare particolare attenzione a questi passi strutturanti. Talvolta, nel dibattito su Israele, gli interpreti ricorrono a versetti isolati che ritengono favorevoli alla propria posizione, dando invece scarsa attenzione ai passi che stabiliscono esplicitamente il quadro del ruolo di Israele nei disegni di Dio. Quando questi testi sull’alleanza vengono trascurati, le conclusioni su Israele possono allontanarsi dal racconto presentato dalla Scrittura stessa.
Dall’esame di questi testi fondamentali emerge un’osservazione importante. Benché annuncino chiaramente la ribellione d’Israele, il suo castigo e la sua dispersione fra le nazioni, nessuno suggerisce che l’esilio comporti la dissoluzione di Israele come popolo o la perdita definitiva della sua identità nazionale e del suo ruolo nei disegni di Dio. Né indicano che Israele si trasformerà in una comunità puramente spirituale, scollegata dalla nazione stessa. Al contrario, gli stessi passi che avvertono del giudizio promettono costantemente conversione, raduno e restaurazione. Lo schema dell’alleanza presuppone la continuità di Israele come popolo che Dio infine restaurerà.
Per comprendere il ruolo di Israele nel racconto biblico, anche per il presente, dobbiamo riconoscere lo schema della sua storia che Dio ha rivelato in anticipo. Due passi sono particolarmente importanti per comprenderlo: Levitico 26 e Deuteronomio 28–30. Questi testi offrono panoramiche profetiche dell’esperienza nazionale d’Israele, delineando le principali tappe attraverso cui si sarebbe sviluppata la sua storia.
In primo luogo, l’obbedienza avrebbe portato benedizione nella terra (Lv 26,3–13; Dt 28,1–14). Se Israele avesse camminato nella fedeltà al Signore, la nazione avrebbe conosciuto prosperità, sicurezza, abbondanza agricola e la presenza del Signore dimorante in mezzo a essa.
In secondo luogo, la disobbedienza persistente avrebbe portato al castigo e infine all’esilio. Entrambi i passi avvertono che la ribellione avrebbe condotto a giudizi sempre più severi, culminanti nella dispersione di Israele fra le nazioni (Lv 26,14–39; Dt 28,15–68). Le benedizioni dell’alleanza legate alla terra si sarebbero rovesciate nel loro contrario quando il giudizio si fosse abbattuto sulla nazione.
In terzo luogo, la dispersione fra le nazioni non sarebbe stata l’ultimo capitolo. Questi testi dell’alleanza annunciano un momento futuro in cui Israele riconoscerà il proprio peccato e tornerà al Signore (Lv 26,40–41; Dt 30,1–2). Anche dopo il giudizio e l’esilio, rimane la possibilità della conversione.
In quarto luogo, Dio promette la restaurazione. Quando Israele si rivolgerà al Signore, egli si ricorderà della propria alleanza e radunerà il suo popolo dalle nazioni, riconducendolo nella terra promessa ai padri (Lv 26,42–45; Dt 30,3–5). Questa restaurazione comporta più di un ritorno fisico nella terra. Deuteronomio 30 promette anche una trasformazione interiore: Dio «circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, perché tu ami il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima» (Dt 30,6). La futura restaurazione d’Israele comprende quindi sia il raduno nella terra sia il rinnovamento spirituale del popolo.
Anche il cantico di Mosè in Deuteronomio 32 anticipa la storia futura d’Israele. Predice la corruzione d’Israele, il castigo di Dio attraverso le nazioni e il suo intervento finale per rendere giustizia al proprio popolo. Mosè avvertì che, dopo essere entrato nella terra, Israele si sarebbe «corrotto e allontanato dalla via che vi ho comandato» (Dt 31,29). Eppure il cantico annuncia anche la compassione e la restaurazione di Dio: «Il Signore renderà giustizia al suo popolo e avrà compassione dei suoi servi» (Dt 32,36). In forma poetica, il cantico rafforza lo schema dell’alleanza delineato più formalmente in Deuteronomio 28–30.
I profeti successivi ribadirono questa stessa struttura dell’alleanza. In Ezechiele 20, il Signore ripercorre la lunga storia di ribellione d’Israele a partire dall’Egitto e annuncia sia il giudizio sia una futura restaurazione. Il capitolo culmina nel raduno di Israele dalle nazioni da parte di Dio e nel suo ritorno a un culto fedele nella terra (Ez 20,34–44). Questa rilettura profetica conferma lo schema dell’alleanza già delineato in Levitico 26 e Deuteronomio 28–30.
Considerati insieme, questi passi rivelano lo schema dell’alleanza che governa la storia d’Israele: benedizione nella terra, castigo ed esilio, dispersione fra le nazioni e futura restaurazione, comprendente sia il raduno sia la trasformazione spirituale. La storia nazionale d’Israele si sviluppa secondo questa struttura, confermata anche dal Nuovo Testamento in passi come Romani 11.
Qualsiasi discussione sul ruolo di Israele nel racconto biblico deve tener conto di questo quadro dell’alleanza. I testi stessi anticipano queste tappe, e il racconto biblico le rispecchia ripetutamente. Altrettanto importante è il fatto che questo schema mostra come l’esilio e la dispersione non possano costituire l’ultimo capitolo della storia d’Israele. Gli stessi passi che avvertono di un giudizio nazionale promettono anche conversione, raduno e rinnovamento della nazione. La storia d’Israele si muove dunque verso la restaurazione, poiché il Dio che ha annunciato queste tappe in anticipo si è impegnato a portarle a compimento.
Questi fondamenti biblici sono essenziali per valutare la questione contemporanea. Se la Scrittura presenta Israele come un popolo duraturo con una dimensione etnica, nazionale e territoriale, la cui storia si svolge secondo questo schema dell’alleanza culminante nella restaurazione, allora le discussioni sul moderno Stato d’Israele — o su Israele in qualunque momento della storia — non possono ignorare tale quadro.
Il moderno Stato d’Israele
Se la Bibbia presenta Israele come una nazione che continua a esistere, con promesse durature legate all’alleanza e un vincolo permanente con la terra, sorge una domanda importante: come dovrebbero comprendere i cristiani l’esistenza del popolo ebraico oggi e del moderno Stato d’Israele?
Prima di affrontare questa domanda, occorre un chiarimento importante. La perdurante rilevanza di Israele non dipende dalla fondazione dello Stato moderno nel 1948. In virtù delle promesse durature dell’alleanza abramitica, Israele conserva la propria importanza nei disegni di Dio indipendentemente dalle circostanze politiche. Anche se uno Stato ebraico non fosse mai stato ristabilito nella terra, il popolo d’Israele occuperebbe comunque un posto importante nello svolgersi del piano di Dio.
L’esistenza dello Stato moderno, pertanto, non va fraintesa. La fondazione d’Israele nel 1948 non realizza di per sé le promesse profetiche della sua futura restaurazione. Dimostra però che il popolo ebraico continua a esistere come nazione nella storia. Ed è probabile che questo Stato costituisca lo scenario di eventi che condurranno all’adempimento dei piani di Dio per la nazione.
La fondazione del moderno Stato d’Israele nel 1948 non ricreò la nazione d’Israele. Anche durante i lunghi secoli di dispersione, il popolo ebraico continuò a esistere come Israele. Pur disperso fra le nazioni e spesso privo di sovranità politica nella propria terra storica, conservò la propria identità di discendente del popolo d’Israele. In questo senso, Israele continuò a esistere come popolo anche quando non esisteva come Stato politico. Ancora oggi, il moderno Stato d’Israele non comprende l’intero popolo d’Israele. Comunità ebraiche esistono in tutto il mondo e comprendono Israeliti sia credenti sia non credenti.
Il popolo ebraico esiste tuttora come comunità etnica e nazionale riconoscibile. Dal 1948 possiede nuovamente la sovranità politica nella terra storica d’Israele. Queste realtà sollevano la domanda se, e in quale modo, l’Israele moderno sia legato a quello descritto nella Scrittura.
Il moderno Stato d’Israele fu fondato nel maggio 1948. Dopo quasi duemila anni di dispersione, una nazione ebraica possedeva nuovamente la sovranità politica in quella regione. La creazione dello Stato seguì il piano di spartizione del 1947 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che raccomandava la costituzione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo nella terra.
Diverse caratteristiche dello Stato moderno meritano attenzione.
In primo luogo, è uno Stato politico laico, anziché una nazione governata direttamente dall’alleanza mosaica. L’Israele moderno opera come uno Stato democratico, con istituzioni civili e sistemi giuridici moderni.
In secondo luogo, la popolazione è composta in larga parte da ebrei ritornati da molte regioni del mondo. Nel corso dell’ultimo secolo, immigrati ebrei sono giunti dall’Europa, dalla Russia, dall’Africa settentrionale, dal Medio Oriente, dall’Etiopia e dall’ex Unione Sovietica.
In terzo luogo, la nazione comprende una vasta gamma di orientamenti religiosi e laici. Molti israeliani si identificano culturalmente come ebrei senza essere religiosi, mentre altri sono osservanti. La popolazione comprende anche cittadini arabi e altre minoranze.
Queste realtà storiche offrono uno sfondo importante per la discussione teologica che segue. Rimane la questione di come il moderno Stato d’Israele debba essere compreso in rapporto all’Israele descritto nella Scrittura.
L’Israele moderno è legato all’Israele biblico?
Da quando Israele emerse come popolo attraverso i patriarchi e le promesse dell’alleanza abramitica, la Scrittura presenta costantemente la nazione come una realtà destinata a durare nella storia, anziché a scomparire. Poiché Dio promise che Israele sarebbe rimasto una nazione davanti a lui, il popolo ebraico ha continuato a esistere nel corso dei secoli, anche durante lunghi periodi di esilio, dispersione e perdita della sovranità politica.
L’alleanza abramitica presuppone la continuità dell’identità dei discendenti secondo la carne di Abramo, attraverso i quali si realizzano le promesse di Dio (Gen 12,1–3; 17,7–8). Anche i profeti affermano la permanenza dell’identità nazionale d’Israele. Come già ricordato, Geremia dichiarò che Israele sarebbe rimasto davanti al Signore finché fosse durato l’ordine stabilito della creazione: il sole di giorno, la luna e le stelle di notte (Ger 31,35–37). L’esistenza nazionale d’Israele non scomparirà dalla storia, neppure quando la nazione conosce il castigo, l’esilio e la dispersione.
La storia rispecchia questa continuità. Dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C., il popolo ebraico fu disperso fra le nazioni. Eppure non scomparve. Comunità ebraiche rimasero riconoscibili nei secoli in molte parti del mondo. Allo stesso tempo, piccole popolazioni ebraiche continuarono a vivere nella terra stessa, in particolare in città come Gerusalemme, Safed, Tiberiade ed Ebron.
Nel corso dei secoli, gli ebrei si sono costantemente riconosciuti come discendenti dell’antico popolo d’Israele. La loro vita religiosa è rimasta incentrata sulle Scritture ebraiche, sul sabato e sulle feste bibliche. Anche in esilio pregavano rivolti verso Gerusalemme e custodivano la memoria della terra promessa ai loro padri.
Diversi sviluppi storici rafforzano ulteriormente questa continuità. L’ebraico, la lingua dell’Antico Testamento, è stato riportato in vita come lingua parlata nella società ebraica durante il moderno ritorno nella terra. Le scoperte archeologiche in tutta la regione confermano la presenza dell’antica civiltà israelitica nella stessa area geografica descritta dalla Bibbia. Inoltre, gli studi genetici sulle popolazioni ebraiche nel mondo indicano una significativa ascendenza comune radicata nel Vicino Oriente antico.
Queste realtà conducono a una conclusione importante: il popolo ebraico di oggi è storicamente legato al popolo dell’antico Israele, e lo Stato moderno occupa la stessa terra in cui si svolse la storia biblica. Poiché la popolazione ebraica dello Stato moderno conserva una chiara continuità etnica, culturale e storica con l’antico popolo d’Israele, esiste un legame significativo tra l’Israele descritto nella Scrittura e il popolo ebraico di oggi.
Benché l’esistenza di Israele non dipenda dall’approvazione di organismi internazionali, è significativo che le Nazioni Unite abbiano riconosciuto il legame storico tra il popolo ebraico e la terra quando raccomandarono la creazione di uno Stato ebraico nel 1947.
Questa continuità storica è anche in linea con le attese bibliche. Mosè avvertì che Israele sarebbe stato disperso fra le nazioni a causa della disobbedienza e sarebbe diventato «poco numeroso» fra i popoli presso i quali il Signore lo avrebbe condotto (Dt 28,62). Promise però anche che Dio lo avrebbe nuovamente radunato dalle nazioni e ricondotto nella terra (Dt 30,1–5).
L’Israele moderno non è identico all’Israele dell’Antico Testamento. L’antico Israele operava come una nazione soggetta all’alleanza mosaica, mentre lo Stato moderno è una nazione politica contemporanea con una popolazione diversificata e in gran parte laica. Eppure le differenze nella struttura politica non cancellano la continuità etnica e storica del popolo ebraico né il suo legame con la terra.
Per queste ragioni, la fondazione del moderno Stato d’Israele nel 1948 non creò un nuovo popolo. Segnò piuttosto la ricostituzione politica di un popolo la cui identità aveva attraversato secoli di dispersione.
Il moderno Stato d’Israele non dovrebbe essere liquidato come irrilevante per il racconto biblico. L’esistenza dello Stato moderno non realizza di per sé le speranze profetiche della futura restaurazione d’Israele, ma dimostra che il popolo ebraico continua a esistere come nazione nella storia.
La speranza profetica descritta dall’Antico Testamento comprende il rinnovamento spirituale, la conversione nazionale e il regno del Messia: realtà che non si sono ancora verificate. Eppure la continuità del popolo ebraico e la sua rinnovata presenza nella terra mostrano che il popolo a cui furono date le promesse bibliche esiste ancora nella storia. La sopravvivenza del popolo ebraico e il ristabilimento di una presenza nazionale ebraica nella terra dimostrano che sulla scena della storia sono ancora presenti proprio quel popolo e quel luogo a cui sono legate le promesse di Dio nella Scrittura. In questo senso, l’Israele moderno ricorda che il racconto biblico non è stato cancellato dalla storia e che la futura restaurazione descritta dai profeti rimane all’interno dello svolgersi dei disegni storici di Dio.
Che cosa significa — e che cosa non significa — la presenza di Israele nella terra
La permanenza del popolo ebraico nella terra solleva una domanda importante: che cosa significa la presenza di Israele nella terra oggi in rapporto alla profezia biblica? Se l’Israele moderno non rappresenta ancora la piena restaurazione promessa dai profeti, come va compresa la sua esistenza nello svolgersi del piano di Dio?
Occorre anzitutto chiarire che cosa non significhi.
La presenza di Israele nella terra non significa che la nazione abbia già sperimentato la salvezza e il rinnovamento spirituale promessi dai profeti. Queste profezie comprendono conversione, perdono dei peccati, trasformazione interiore e il regno del Messia dal trono di Davide: condizioni che non si sono ancora realizzate. La Scrittura chiarisce anche che né la nazione né i singoli Israeliti erediteranno le benedizioni ultime della terra rimanendo nell’incredulità. I profeti collegano costantemente la futura restaurazione d’Israele alla conversione e a una rinnovata fedeltà al Signore.
Allo stesso modo, la presenza di Israele nella terra non sottrae la nazione alla valutazione morale o politica. Come per ogni nazione, le sue azioni devono essere valutate secondo ciò che è giusto e secondo le norme a cui tutti i paesi dovrebbero attenersi. Sostenere il diritto di Israele a esistere e il suo perdurante ruolo nei disegni di Dio non impone ai cristiani di approvare ogni decisione politica o militare dell’attuale governo israeliano.
Allo stesso tempo, il significato biblico di Israele non dovrebbe mai indurre i cristiani a trascurare la dignità e il benessere degli altri popoli che vivono nella regione. Tutti gli esseri umani sono creati a immagine di Dio e sono oggetto della sua sollecitudine. I cristiani dovrebbero quindi desiderare la giustizia, la pace e la diffusione del Vangelo sia fra gli ebrei sia fra i non ebrei. Riconoscere il ruolo di Israele nei disegni di Dio non diminuisce il valore o l’importanza degli altri popoli.
Né lo Stato moderno dovrebbe essere usato come base per speculazioni volte a fissare date riguardanti la fine dei tempi.
Allo stesso tempo, la presenza di Israele nella terra è più di un’anomalia storica. Può avere un significato nello svolgimento provvidenziale della storia da parte di Dio. La Scrittura indica che Israele esisterà nuovamente nella terra come popolo riconoscibile nel periodo che precede la sua futura salvezza e il suo rinnovamento. Daniele 9,27 presenta Israele come una nazione presente nella terra ma ancora nell’incredulità, capace di stringere un’alleanza politica con un potente sovrano mondiale.
Anche la visione delle ossa aride di Ezechiele fa luce sulla questione (Ez 37,1–14). La visione identifica esplicitamente le ossa con «tutta la casa d’Israele» (37,11), un popolo raffigurato come reciso e privo di speranza a causa dell’esilio e della dispersione. Nello svolgersi della profezia, le ossa si riuniscono e formano corpi prima che il soffio vitale entri in essi (37,7–8). L’immagine suggerisce una distinzione tra la ricostituzione nazionale d’Israele e il successivo rinnovamento spirituale operato dallo Spirito di Dio. La visione raffigura quindi Israele ricostituito come popolo prima di sperimentare l’opera trasformatrice dello Spirito. Ciò suggerisce che il raduno nazionale e il successivo rinnovamento spirituale non debbano necessariamente avvenire simultaneamente, ma possano susseguirsi nel piano redentore di Dio.
L’idea che Israele esista nuovamente nella terra prima del suo rinnovamento spirituale è dunque coerente con lo schema biblico. Questo non richiede una corrispondenza diretta e puntuale tra gli avvenimenti politici moderni e profezie specifiche. Prevede piuttosto una fase in cui Israele esiste di nuovo come nazione prima che abbia luogo la trasformazione spirituale promessa dai profeti.
Alla luce di questo schema, il moderno ristabilimento di Israele come nazione nella terra può ragionevolmente essere compreso come compatibile con una fase iniziale del processo di restaurazione descritto nella Scrittura. La nazione oggi non manifesta ancora il diffuso rinnovamento spirituale promesso in passi come Ezechiele 36,26–27. Eppure l’esistenza di Israele come popolo nuovamente radunato nella propria terra storica corrisponde all’attesa profetica secondo cui la restaurazione nazionale precederà la trasformazione spirituale.
Il moderno Stato d’Israele non dovrebbe essere considerato l’adempimento delle profezie di restaurazione. Allo stesso tempo, può rappresentare parte del contesto storico attraverso cui Dio realizzerà infine la futura salvezza e il rinnovamento della nazione.
Israele e l’incredulità
Una delle obiezioni più comuni al collegamento tra l’Israele moderno e l’Israele della Scrittura riguarda l’attuale incredulità della nazione. Molti osservano che ampie fasce della popolazione ebraica non credono in Gesù come Messia e che le politiche del moderno Stato d’Israele non riflettono sempre l’etica biblica. Per questo alcuni concludono che l’Israele moderno non possa avere alcun legame significativo con quello descritto nella Bibbia.
Eppure l’attuale incredulità di Israele non interrompe la sua identità storica o biblica. In tutto l’Antico Testamento, Israele agì spesso malvagiamente pur rimanendo la nazione attraverso cui Dio portava avanti i disegni della propria alleanza. I profeti rimproverarono ripetutamente Israele per la corruzione, l’idolatria e l’ingiustizia. Eppure, anche durante i periodi di ribellione nazionale, Dio non annullò gli impegni dell’alleanza verso il popolo discendente da Abramo.
Israele stesso riconobbe questo schema nelle preghiere di pentimento. Nella preghiera di Salomone per la dedicazione del tempio, la nazione confessava: «Abbiamo peccato, abbiamo commesso iniquità, abbiamo agito malvagiamente» (1 Re 8,47; cfr. 2 Cr 6,37). Molti re d’Israele trascinarono la nazione in una grave corruzione. Omri «fece ciò che è male agli occhi del Signore e agì peggio di tutti quelli che lo avevano preceduto» (1 Re 16,25). Manasse «agì peggio di tutti gli Amorrei» e condusse Giuda a un’idolatria diffusa (2 Re 21,11). Le mancanze morali d’Israele furono una caratteristica ricorrente della sua storia, ma non cancellarono mai la sua identità di popolo dell’alleanza. Dio castigò il suo popolo, ma non abbandonò le promesse fatte ai padri.
Il Nuovo Testamento riflette lo stesso schema. Pietro si rivolse agli ebrei non credenti di Gerusalemme come partecipi delle promesse dell’alleanza, invitandoli al tempo stesso alla conversione:
«Voi siete i figli dei profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: “Nella tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra”» (At 3,25).
Allo stesso modo, in Romani 9,3–5, Paolo riconobbe la diffusa incredulità d’Israele, affermando però che la nazione conservava una relazione unica con le alleanze e le promesse. Parlando dei suoi fratelli Israeliti, Paolo dichiarò che a loro «appartengono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, il dono della Legge, il culto del tempio e le promesse; a loro appartengono i padri e da loro proviene il Cristo secondo la carne» (Rm 9,4–5).
L’attuale incredulità d’Israele è dunque una grave condizione spirituale riconosciuta dalla Scrittura stessa. Eppure Israele si trovò spesso in una condizione simile nell’epoca dell’Antico Testamento. Se in passato i periodi di disobbedienza nazionale non estromisero Israele dai disegni di Dio legati all’alleanza, la stessa realtà non dovrebbe indurci a negare oggi la continuità della sua identità.
La prospettiva di Romani 11
Romani 11 contiene la trattazione più diretta e approfondita del Nuovo Testamento sul posto di Israele nei disegni di Dio. Paolo scrive nel contesto del rifiuto di Gesù da parte d’Israele e del crescente numero di credenti provenienti dalle genti che entrano nel popolo di Dio. Per questo il capitolo merita particolare attenzione in ogni riflessione cristiana sul posto di Israele nel piano di Dio. In esso, Paolo spiega come l’attuale incredulità d’Israele si rapporti ai più ampi disegni di Dio e come i cristiani dovrebbero considerare questa nazione.
La trattazione di Paolo riflette anche uno schema già rivelato in precedenza nella Scrittura. Gli avvertimenti e le promesse dell’alleanza in Levitico 26 e Deuteronomio 28–30, il cantico di Mosè in Deuteronomio 32 e i successivi passi profetici, come Ezechiele 20, descrivono uno schema ricorrente nella storia d’Israele: disobbedienza, castigo fra le nazioni e, infine, restaurazione. Romani 11 si inserisce in questo stesso quadro. Paolo attinge persino a Deuteronomio 32 quando spiega che Dio sta usando la salvezza delle genti per suscitare la gelosia d’Israele (Rm 10,19; 11,11).
A partire da Romani 9, Paolo affronta la questione teologica sollevata dalla diffusa incredulità d’Israele: come può Dio rimanere fedele alle proprie promesse quando la nazione non ha accolto il suo Messia? La crescita della Chiesa e il crescente numero di non ebrei che giungevano alla fede rendevano la domanda ancora più pressante. Alcuni cominciavano a chiedersi se Dio avesse rigettato del tutto Israele.
Paolo risponde con un’affermazione fondamentale:
Io domando dunque: Dio ha forse rigettato il suo popolo? Niente affatto!… Dio non ha rigettato il suo popolo, che egli ha conosciuto in anticipo (Rm 11,1–2).
Questa affermazione dà il tono al resto del capitolo. Nonostante il diffuso rifiuto di Gesù come Messia da parte d’Israele, la relazione di Dio con la nazione non è stata interrotta. Anche nel suo attuale stato di incredulità, Israele viene ancora descritto come «il suo popolo». Paolo fonda questa affermazione sul fatto che Dio lo ha conosciuto in anticipo. Questo linguaggio rimanda alla scelta previa di Dio e al suo impegno di alleanza verso Israele. Negli scritti di Paolo, il termine è strettamente associato all’elezione e ai disegni salvifici di Dio. Per esempio, in Romani 8,29 i credenti vengono descritti come coloro «che egli ha conosciuto in anticipo». Il termine sottolinea la decisione sovrana di Dio di rivolgere i propri disegni salvifici a questo popolo, Israele.
Il punto di Paolo è chiaro e dovrebbe risolvere la questione se Israele nell’incredulità possa ancora essere considerato il popolo di Dio: l’attuale incredulità d’Israele non annulla la precedente scelta della nazione da parte di Dio. Il Dio che ha conosciuto in anticipo il suo popolo, Israele, non lo ha rigettato. I suoi disegni nei suoi confronti rimangono validi.
Paolo spiega poi come la situazione presente si inserisca nel più ampio piano di Dio. In Romani 11,1–10 sottolinea anzitutto che Dio non ha rigettato il suo popolo, indicando nell’esistenza di un resto credente all’interno d’Israele la prova che la sua relazione di alleanza con la nazione rimane intatta. Paolo stesso appartiene a questo resto, scelto per grazia. L’attuale incredulità d’Israele non è dunque né totale né definitiva. Attraverso l’inciampo d’Israele, la salvezza è giunta alle genti, e questo a sua volta suscita la gelosia d’Israele (Rm 11,11). Tale sviluppo non significa che il ruolo di Israele nei disegni di Dio sia terminato. Rappresenta piuttosto una tappa all’interno del più ampio schema descritto nella Scrittura.
Ricorrendo all’immagine dell’olivo (11,17–24), Paolo spiega che i credenti provenienti dalle genti sono stati innestati nelle benedizioni legate ai patriarchi. Allo stesso tempo, li ammonisce a non insuperbirsi nei confronti d’Israele, i rami naturali:
Non vantarti contro i rami; ma, se ti vanti, ricorda che non sei tu a portare la radice, bensì è la radice a portare te (Rm 11,18).
Paolo parla anche di un futuro superamento dell’incredulità d’Israele inteso collettivamente. Indica un giorno futuro in cui «tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,26). Questa salvezza è legata alla futura «pienezza» d’Israele, che secondo Paolo porterà «ricchezza per il mondo» e una benedizione ancora maggiore alle genti (Rm 11,12). Più avanti aggiunge che, se l’attuale messa da parte d’Israele ha significato la «riconciliazione del mondo», la sua futura riammissione sarà «vita dai morti» (Rm 11,15). Queste espressioni mostrano che Israele non è soltanto importante negli attuali disegni di Dio, ma svolgerà un ruolo ancora maggiore nelle benedizioni universali che accompagneranno la sua futura restaurazione.
Un altro elemento cruciale dell’argomentazione di Paolo è il riconoscimento del singolare duplice status che Israele occupa al presente. Due realtà coesistono: la nazione è in gran parte nell’incredulità nei confronti del Vangelo, eppure rimane legata ai disegni di Dio nell’alleanza. Paolo esprime chiaramente questa tensione:
Quanto al Vangelo, sono nemici per causa vostra; ma quanto all’elezione, sono amati a causa dei padri (Rm 11,28).
Dal punto di vista del Vangelo, il rifiuto di Cristo da parte d’Israele pone la nazione in opposizione al messaggio della salvezza. Eppure, dal punto di vista della scelta sovrana di Dio, Israele rimane amato in virtù degli impegni di alleanza assunti da Dio verso Abramo, Isacco e Giacobbe.
Paolo rafforza questa verità con un’affermazione di ampia portata sulla fedeltà di Dio:
Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29).
I «doni» si riferiscono alle benedizioni elencate in precedenza da Paolo in Romani 9,4–5, comprese le promesse e le alleanze che Dio diede a Israele. La «chiamata» d’Israele si riferisce al ruolo storico duraturo della nazione nei disegni di Dio volti a portare benedizione alle nazioni.
Ciò che era vero ai tempi di Paolo rimane vero oggi. L’incredulità d’Israele è reale e non va minimizzata. Tuttavia, non significa che Dio abbia rigettato la nazione. Israele rimane amato a causa delle promesse fatte ai patriarchi. E la chiamata della nazione da parte di Dio non può essere revocata.
Per questo motivo, i credenti provenienti dalle genti devono rifiutare qualsiasi atteggiamento di superiorità verso Israele. I cristiani dovrebbero invece guardare a Israele nella prospettiva offerta da Paolo, riconoscendo sia la tragedia della sua attuale incredulità sia la certezza della futura fedeltà di Dio al suo popolo dell’alleanza.
Sintesi
Esiste un legame tra l’Israele della Bibbia e il popolo ebraico di oggi, compreso il moderno Stato d’Israele? La risposta è sì.
La Scrittura indica che Israele avrebbe continuato a esistere come popolo e nazione distinti nei disegni di Dio. Dalle origini d’Israele nella Genesi, il racconto biblico non prevede mai un periodo in cui la nazione scompaia definitivamente o svanisca dai piani di Dio. Anche dopo la dispersione, il popolo ebraico ha continuato a esistere come comunità etnica riconoscibile, con legami storici e culturali con il popolo d’Israele descritto nella Scrittura.
Quando un gran numero di Israeliti in senso etnico vive nuovamente nella terra storica d’Israele e si identifica consapevolmente con tale eredità biblica, è difficile negare che esista un legame significativo tra l’Israele della Bibbia e l’Israele moderno. Il fatto che lo Stato moderno sia in gran parte laico o che talvolta prenda decisioni politiche e militari discutibili non cancella questa continuità storica e biblica. In tutto l’Antico Testamento, Israele esistette spesso come popolo dell’alleanza di Dio mentre molti al suo interno vivevano nell’incredulità e nella disobbedienza. Queste mancanze non cancellarono l’identità d’Israele né annullarono i disegni di Dio nell’alleanza con la nazione. Per questo motivo, l’attuale incredulità d’Israele non dovrebbe essere considerata una rottura del legame storico e biblico tra l’Israele moderno e quello descritto nella Scrittura.
La moderna nazione d’Israele non dovrebbe essere considerata il pieno adempimento della profezia biblica, né la sua condizione attuale riflette il rinnovamento spirituale promesso dai profeti. Eppure la sua stessa esistenza ricorda che il popolo chiamato da Dio attraverso Abramo, Isacco e Giacobbe non è scomparso dalla storia. La stessa nazione che un tempo ricevette le alleanze e le promesse di Dio esiste ancora oggi in forma riconoscibile.
Per i cristiani, questa continuità invita sia all’umiltà sia all’attesa. Il Dio che ha preservato Israele attraverso l’esilio e secoli di dispersione è lo stesso Dio che ha dichiarato che i suoi disegni per questo popolo — e, attraverso di esso, per il mondo — non sono ancora giunti a compimento.
Michael J. Vlach è un insegnante biblico e autore specializzato in teologia biblica, nelle alleanze, nel regno di Dio e nel ruolo di Israele nella Scrittura. Ha scritto diversi libri sulla teologia e sul grande racconto biblico. Altri articoli e risorse sono disponibili su MichaelJVlach.com.



