Elefanti nella stanza?

Le Radici Nascoste della Crisi della Chiesa in Terra Santa

(Una lettera aperta ai Capi della Chiesa Cattolica in Terra Santa)

Il Santo Sepolcro

Nell’inquieta Terra Santa, divisa e lacerata dai conflitti, i capi della Chiesa locali e i cristiani di tutte le confessioni spesso sostengono di pronunciare un infaticabile messaggio di giustizia, di riconciliazione e di pace. Se solo più persone ascoltassero questo messaggio – affermano – si arriverebbe ad un miglioramento drastico delle prospettive di pace tra le parti in conflitto della regione.  

Ma questo è vero?  

Da una parte non ci sono dubbi che il messaggio del Vangelo sia un messaggio di riconciliazione. Con Gesù Cristo, Dio ha riconciliato a sé il mondo, (2 Cor 5:18-21; Rm 5:11) e ha abbattuto il muro di ostilità che una volta divideva gli Ebrei e i Gentili, creando la pace tra di loro. (Ef 2:14-16). La Chiesa è realmente "il mondo riconciliato", chiamata a manifestare il giusto ordine del Regno di Dio sulla terra. E certamente non pochi cattolici in Terra Santa – clero e laici – fanno del loro meglio per manifestare questo Regno nelle loro vite, realizzando, modestamente e fedelmente, l’opera del Signore attraverso un perseverante lavoro di amore e di servizio ai cristiani locali e ai pellegrini, tramite attività pastorali, opere di carità e ospitalità, occupandosi dei poveri e dei malati e custodendo i Luoghi Sacri. La Chiesa universale ha un debito di gratitudine verso questi fedeli credenti, guardiani della viva presenza cristiana in quel paese, che è la culla della nostra fede.

D’altra parte, in un ambito più ampio, e nonostante il lodevole lavoro di un gran numero di questi individui, non si può fare a meno di chiedersi se la presenza cristiana in Terra Santa abbia realmente un impatto così significativo. Si sente parlare costantemente del grande esodo e della diminuzione del numero degli abitanti cristiani, invariabilmente attribuiti a motivi socio-politici ed economici come l"occupazione" israeliana, la mancanza di libertà di movimento, l’assenza di lavoro, le cattive prospettive economiche, ecc.

Ora, questi ben noti problemi esterni esercitano certamente un ruolo importante nella crisi demografica e nel declino della cristianità in Terra Santa (sebbene si sia diffuso un grande mito riguardo a questo declino, come Malcolm Lowe ha dimostrato). Tuttavia ci sono buone ragioni per credere che esistano anche altri problemi interni, meno conosciuti e forse più gravi, che indeboliscono sensibilmente la vita della Chiesa nel paese in cui è nata. Mentre le questioni socio-politiche vengono costantemente ripetute e riproposte in discorsi pubblici e ufficiali, i problemi interni raramente sono discussi o quantomeno menzionati. Ciò costituisce una seria omissione, in quanto è noto che nella storia della Chiesa afflizioni e persecuzioni esterne, per l’unione paradossale della chiesa sofferente con il Cristo sofferente, sono spesso risultate in una rinnovata vitalità e forza della Chiesa. Al contrario, sono usualmente i fallimenti dei membri della stessa Chiesa all'interno che l’hanno tradizionalmente privata della sua vitalità e forza, e che costituiscono i fattori più pericolosi del suo declino.        

La Parola di Dio rivela principi spirituali e leggi che operano nella Chiesa e nel mondo, i quali se rispettati e messi in pratica, costituiscono una fonte di benedizione, di vita e di crescita.  Rifiutare, ignorare o anche solamente trascurare questi principi risulta, tuttavia, in un arresto della divina benedizione e in un inaridimento della vita degli individui e delle comunità responsabili di questa negligenza.  

Sarebbe pertanto opportuno e importante mettere da parte, per un momento, i problemi esterni relativi al conflitto medio - orientale, e dedicare una maggiore attenzione a quei problemi che corrono il rischio di minare e indebolire sensibilmente dall'interno la vita e l’opera della Chiesa in Terra Santa. Questo è l’obiettivo delle presenti osservazioni e riflessioni, scritte alla luce del recente Sinodo del Medio Oriente (Ottobre 2010) e il frutto di molti anni della mia personale esperienza con la Chiesa di Israele. Aggiunte, commenti o correzioni che possano complementare e migliorare ciò che segue sono pertanto ben accette. Inoltre, se qualcosa scritta sotto dovesse risultare sbagliata e voi doveste avere esperienze o conoscenze, riguardo alla Chiesa in Terra Santa, che chiariscono meglio la situazione, vi invitiamo a comunicarlo, in modo da poter apportare eventuali correzioni.

Elefanti nella stanza?

Il Sinodo ha chiamato i cristiani del Medio Oriente a "perseverare con coraggio, assiduità e forza nel trasmettere il messaggio di Cristo e la testimonianza al suo Vangelo, che è un Vangelo di amore e di pace" (Messaggio Finale 1). Per poter trasmettere fedelmente questa testimonianza, proprio il coraggio, la forza e l’assiduità ci spingono a porre la pressante domanda: potrebbero esistere degli "elefanti nella stanza" nella Chiesa Cattolica in Terra Santa – problemi molto seri che, sebbene abbiano un effetto debilitante sull’opera della Chiesa, rimangono virtualmente ignorati ed evitati da coloro che la dirigono?

Vi è almeno un segno che dimostra l’esistenza di tali "elefanti": in forte contrasto con il declino della Chiesa Cattolica e delle altre principali chiese cristiane, ci sono gruppi cristiani in Israele che stanno realmente crescendo e prosperando, ovvero le comunità messianiche ed evangeliche. Queste nuove comunità dimostrano una vitalità e vita impressionanti. Crescono rapidamente, sono piene di famiglie giovani con molti figli, mostrano grande entusiasmo verso la loro fede e non hanno timore di rendere testimonianza di ciò ai non credenti. Amano la Parola di Dio e la studiano diligentemente.  

Il dinamismo e la crescita delle comunità messianiche ed evangeliche fa sorgere un’altra domanda: dove sbagliano i cattolici (e i membri delle altre chiese principali) rispetto ai seguaci di queste comunità? La domanda è particolarmente sconcertante considerando il fatto che dal punto di vista cattolico, i credenti messianici ed evangelici sono molto meno equipaggiati a vivere una forte vita di fede, in quanto mancano loro molti elementi di santificazione e di verità che Cristo ha dato alla Sua Chiesa. (vedi Perché essere Cattolico?). Allora, perché essi crescono mentre i cattolici sono in declino?  

Forse la risposta è da trovare in quegli "elefanti nella stanza" nella Chiesa Cattolica in Terra Santa. Io propongo l’esistenza di almeno dieci tali elefanti – e il compito di affrontarli seriamente sarebbe già dovuto avvenire da tempo. Molti cattolici troveranno questi punti molto impegnativi e provocatori. Ma non è sempre stata questa l’essenza del Vangelo – essere una grande sfida per i nostri vecchi modi di pensare, e di poter essere in grado di portare una nuova vita e vitalità al popolo di Dio? È proprio perché l’opera dei cattolici in Terra Santa è così importante, che dovremmo fermarci un momento e pensare a come rendere questo prezioso lavoro più fruttuoso ed efficace, in una più grande fedeltà ai principi e alle verità rivelate nella Parola di Dio.

Passiamo ora in rassegna i dieci "elefanti nella stanza" nella Chiesa Cattolica in Terra Santa.

1. Il Neo-Marcionismo, la Teologia della Sostituzione e il "Grande Distacco"

Il marcionismo è stata una delle prime grandi eresie nel corso della storia della Chiesa. Marcione, un eretico del secondo secolo, rifiutava l’Antico Testamento e ambiva ad una cristianità basata solo sul Nuovo Testamento, libera da ogni associazione con il giudaismo. Egli dissociava completamente Gesù Cristo dal Dio dell’Antico Testamento, ed effettivamente tolse dal Nuovo Testamento tutti i passaggi che si riferivano a quello Antico.

Il Sinodo dei vescovi ha ricordato che l’Antico Testamento unisce i cristiani e gli ebrei, e che i cristiani credono in "tutto quanto ha Dio rivelato". Rivolgendosi agli ebrei, il Messaggio Finale dice: "Crediamo nelle promesse e nell’alleanza che Dio ha affidato ad Abramo. Noi crediamo che la Parola di Dio è eterna" (MF 8).

Ciononostante, una forma più lieve di marcionismo sta facendo ritorno oggi nelle Chiese del Medio Oriente. Influenzati dal conflitto arabo-israeliano, non pochi sacerdoti predicano un messaggio che è infestato da visioni e posizioni neo-marcioniste. Naturalmente nessun cattolico oggi oserebbe negare apertamente l’ispirazione o la validità dell’Antico Testamento. Tuttavia il neo-marcionismo si diffonde, impercettibilmente, tramite una reinterpretazione delle scritture ebraiche, lette attraverso le lenti del supercessionismo o della "Teologia della Sostituzione", basati sull’idea fondamentale secondo la quale Israele è stato rigettato come popolo eletto e rimpiazzato dalla Chiesa.

Il marcionismo e il supercessionismo della Chiesa in Terra Santa si manifestano in differenti aspetti:

Ma perché tutto questo è importante? Dal punto di vista biblico, il neo marcionismo, il supercessionismo e il "Grande Distacco" della Chiesa da Israele hanno conseguenze disastrose nella vita della Chiesa di oggi. Come San Paolo scrisse, i cristiani gentili hanno ricevuto la cittadinanza di Israele (Ef 2:12-22) e sono stati innestati tra gli ebrei, diventando "partecipi della radice e della linfa dell’olivo [Israele]" (Rm 11:17). Questo avvenuto "innesto" richiede molta umiltà e gratitudine verso Israele: San Paolo esorta fortemente i gentili a non montare in superbia contro i rami tagliati (gli ebrei che non credono in Cristo), ma di "ricordare che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te" (Rm 11:18).

Non possiamo pretendere di avere una Chiesa che prospera mentre essa dà un taglio alle sue stesse radici. È tempo per la Chiesa in Terra Santa di rigettare definitivamente il marcionismo, il supersessionismo e il suo distacco da Israele e di ritornare umilmente ad un sano apprezzamento delle sue origini ebraiche.

2. Mordere la mano che ti nutre: l’Antisemitismo e l’Antisionismo    

Inevitabilmente, il neo-marcionismo teologico e il supercessionismo, che soffocano una gran parte della Chiesa in Terra Santa, si estendono anche nell’ambito socio-politico e umano. A livello ufficiale i capi della Chiesa di solito dichiarano di non voler occuparsi di politica, ma ciò viene immediatamente contraddetto dai messaggi che di continuo si sentono da parte del clero, espressi sia dal pulpito che da altri canali. Ogni volta che la Chiesa parla ufficialmente di "occupazione", esprime un’affermazione parziale a favore della Palestina e contro Israele. Ogni volta che essa usa la parola "Palestina", esprime uno schieramento politico (in quanto la "Palestina" non è una nazione ma il nome di ciò che una volta era una regione amministrativa dissolta nel 1948 con la conclusione del Mandato Britannico). Ogni volta che la Chiesa critica il muro che separa Israele dai Territori, senza ricordare le centinaia di atti omicidi palestinesi che hanno reso necessaria la sua costruzione, non è realmente a favore della vera giustizia ma manifesta pregiudizi e parzialità.  

Perché questi pregiudizi anti-israeliani? Naturalmente è possibile - e qualche volta è necessario – criticare legittimamente quelle linee politiche e azioni israeliane che si rivelano ingiuste. Ma la posizione parziale e ostile che alcuni ecclesiastici assumono contro Israele va molto oltre una legittima critica. Si tratta di una nuova forma di antisemitismo? Oggi non è più socialmente accettabile per i cristiani manifestare apertamente il crudo razziale antisemitismo che ha raggiunto il suo orrendo culmine nella Germania nazista. Le manifestazioni di odio contro gli ebrei hanno oggi trovato delle espressioni molto più sottili e raffinate degli stessi sentimenti di allora. Così ora l’antisemitismo appare più comunemente sotto forma di atteggiamenti antisionistici e anti-Israele. In altre parole: gli ebrei non sono un problema fintanto che non vivono in Israele. Gli antisemiti di questo genere tipicamente cominciano i loro discorsi affermando che non hanno "niente contro gli ebrei" prima che continuino però a criticare e biasimare rabbiosamente Israele in innumerevoli modi, ignorando, scusando o qualche volta perfino supportando gli attacchi, le minacce e le violazioni terroristiche contro i confini e la sovranità israeliani, gli incitamenti alla violenza e le continue campagne di delegittimazione che costantemente infuriano contro la vera esistenza dello Stato di Israele.   

Si sentono spesso, dai cristiani che vivono in Terra Santa, delle lamentele sulla difficoltà di ottenere i visti di soggiorno israeliani. Questa preoccupazione è sicuramente legittima, ma forse sarebbe più appropriato rivedere il nostro atteggiamento nei confronti dello Stato che ci sta ospitando. Come possiamo pretendere che Israele – o qualsiasi altro stato – accolga caldamente e conceda la residenza a persone che costantemente criticano, minano e delegittimano il paese in cui sono ospiti?

È tempo per la Chiesa in Terra Santa di liberarsi definitivamente da atteggiamenti antisemitici, antisionistici e anti-israeliani e di abbracciare un autentico amore biblico per Israele.

3. La Teologia della Liberazione Palestinese: Sacrificare il Vangelo a favore di Obiettivi Socio-politici.

La politicizzazione della Chiesa in Terra Santa appare evidente anche nel diffuso sostegno della Teologia della Liberazione Palestinese, promossa aggressivamente da gruppi quali Sabeel o l’iniziativa "Kairos Palestine", e tacitamente approvata o almeno tollerata da gran parte della gerarchia ecclesiale. La Teologia della Liberazione Palestinese si basa sul neo-marcionismo e sull’antisionismo e va oltre, abbandonando nel processo non soltanto le alleanze abramiche e le profezie dell’Antico Testamento, ma anche, in buona parte, il messaggio di salvezza del Vangelo. La missione spirituale e salvifica della Chiesa è sacrificata sull’altare di un piano politico. Per citare le stesse parole di Sabeel,"seguire le orme di Cristo significa essere dalla parte degli oppressi, operare per la giustizia e cercare opportunità per costruire la pace, e ci spinge a sostenere i cristiani locali". Tutto ciò sembra molto bello, ma se si va oltre gli slogan, si scoprono subito i principi che sono alla base della TLP: l’"occupazione" israeliana è la radice di tutti i mali e il Vangelo è ridotto ad un attivismo socio-politico per il solo scopo di promuovere la causa nazionalistica palestinese. Le Scritture sono, come consuetudine, distorte e reinterpretate per essere in sintonia con la narrativa palestinese. In un particolare assurdo ma tipico esempio, la storia dell’Esodo viene capovolta in modo tale che gli israeliti oppressi in Egitto rappresentano i palestinesi oppressi di oggi, e il cattivo e ostinato faraone, che li tiene in schiavitù, corrisponde all’odierno Israele. È difficile vedere come ispirato dal Vangelo un movimento che si abbandona a tali bizzarre distorsioni della Scrittura e che abitualmente traduce il suo presunto nobile pretesto di opera per la giustizia, la pace e la riconciliazione in un molto meno nobile programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele.

Quello che si rivela particolarmente disastroso del movimento della TLP non è soltanto la loro ostile politica di attivismo contro Israele, che crea solo più tensioni e pone più ostacoli alla realizzazione della pace e della riconciliazione (e che produce esattamente l’effetto opposto di ciò che i suoi sostenitori professano di ambire), ma anche il taglio dalle radici ebraiche dei cristiani palestinesi, e quindi, dalla storia della salvezza e dal Vangelo, avendo come effetto un indebolimento della loro forza spirituale. In realtà la Teologia della Liberazione non è affatto una teologia palestinese ma piuttosto un’ideologia basata su principi marxisti, e quindi completamente estranea alla cultura e al modo di pensare del Medio Oriente e sconosciuta dalla cristianità in generale. Operare genuinamente per la pace, la giustizia e la dignità per i palestinesi è una cosa, ma i sostenitori della TLP, concentrandosi sulla politica, fuorviano il loro popolo, in flagrante opposizione all’esempio di Gesù, che non ha agitato le masse per liberarle dall’occupazione nell’ambito politico e temporale, ma è venuto invece per annunciare l’arrivo del Regno di Dio in mezzo a loro.

È tempo per la Chiesa in Terra Santa di rifiutare l’attivismo politico della Teologia della Liberazione Palestinese e di provvedere alle necessità dei palestinesi in modi più rispettosi e amichevoli verso Israele.  

4. La Dhimmitudine: l’Arresa all’Islam.

L’assurdità del criticismo cattolico nei confronti di Israele è uguagliata solo dall’altrettanto assurdo silenzio verso la minaccia dell’Islam. Chiunque legga i giornali o guardi le notizie può vedere che non sono gli israeliani o gli ebrei a bombardare le chiese e a uccidere i cristiani per tutto il Medio-Oriente. Tuttavia, nonostante la sempre più aggressiva persecuzione mussulmana, molti cristiani continuano a biasimare Israele invece che l’Islam per i loro problemi. Mentre Israele viene accusato per ogni avvenuta infrazione, per quanto triviale possa essere, le esplosioni nelle chiese e i massacri di cristiani sono apparentemente commessi da perpetratori senza nome. Per esempio, mentre il messaggio finale del Sinodo continua ad andare nel dettaglio riguardo a quanto i palestinesi "stiano soffrendo le conseguenze dell’occupazione israeliana", vi è un misterioso silenzio su chi possa essere responsabile per i "cristiani assassinati in Iraq". (MF 3.2-3.3).  

Come mai questo? Semplicemente perché è sempre possibile criticare un Israele democratico senza conseguenze, ma una critica pubblica ai regimi islamici può essere mortale. Ciò riflette un reale stato di dhimmitudine, una condizione descritta come "un comportamento dettato dal timore (terrorismo), che all’aggressione risponde con un pacifismo, piuttosto che con una resistenza, un servilismo a causa di codardia e vulnerabilità" seguendo il modello secondo cui gli individui non mussulmani soggetti ad un regime islamico, tradizionalmente "ottengono la sicurezza per la loro vita, i loro possedimenti e la loro religione, ma devono accettare una condizione di inferiorità, spoliazione e umiliazione".

Facciamo fronte così a situazioni assurde, dove, per esempio, dopo la sanguinosa esplosione di una chiesa in Alessandria d’Egitto, nella quale rimasero uccise 21 persone e ferite 79, e nel mezzo di una ben nota e continua persecuzione dei cristiani copti in Egitto, il Franciscan Media Center di Gerusalemme concede un’intervita ad uno sheikh mussulmano, il quale impunemente dichiara che le relazioni tra i mussulmani e i copti, in effetti, sono buone e che i mussulmani sono i primi a condannare tali atti di violenza. O più recentemente, sentiamo il patriarca latino e il suo vescovo ausiliare a Gerusalemme affermare che l’accordo tra l’autorità palestinese con l’organizzazione terrorista Hamas, responsabile di innumerevoli esplosioni suicida e attacchi missilistici sulle popolazioni civili, sia una "buona cosa".  

Persino il messaggio del Sinodo riflette in qualche misura questo spirito di dhimmitudine. Conoscendo la lunga storia di conflitti tra la cristianità e l’Islam, ci si chiede se un qualsiasi storico serio sosterrebbe le loro affermazioni, che sembrano, in tutta onestà, piuttosto sconnesse dalla realtà: "Dalla comparsa dell’islam nel VII secolo fino ad oggi, abbiamo vissuto insieme e abbiamo collaborato alla creazione della nostra civiltà comune" (MF 9).

Come abbiamo scritto altrove, l’atteggiamento di dhimmitudine dei cristiani ha, a lungo termine, effetti disastrosi nella Chiesa, perché manda un falso messaggio al mondo creando l’illusione che Israele è il principale responsabile per la sofferenza dei cristiani in Terra Santa, mentre la minaccia islamica contro i cristiani continua implacabilmente a crescere. Se è, in effetti, importante incoraggiare buone relazioni con i mussulmani a livello personale, tentare di pacificare i perpetuatori di violenza e di oppressione e ignorare o non prendere sul serio il problema del jihad islamico non lo farà sparire ma lo peggiorerà.

È tempo per la Chiesa in Israele di svegliarsi e prendere coscienza della crescente aggressiva minaccia dell’Islam militante e di comprendere che Israele è, in questo ambito, il suo miglior alleato.

5. La Mania di dialogo e il relativismo prativo: la Paralisi della Missione della Chiesa

Di fronte alle numerose tensioni tra i gruppi religiosi in Terra Santa, come soluzione la Chiesa locale propone il "dialogo". Naturalmente è ovvio che il dialogo è essenziale all’opera della Chiesa. I cristiani devono sempre parlare con tutti e ascoltare tutti. Tuttavia si ha l’impressione a volte che "dialogo" in questo contesto sia diventato una parola ripetuta di continuo e senza senso. Dialogo su che cosa? Parlare tanto per parlare? Per essere cortesi e andare d’accordo con tutti?

Chiunque abbia familiarità con la Bibbia può facilmente vedere che un tale atteggiamento riguardo ad un dialogo che non implichi un fine è completamente assente e perfino diametralmente opposto al modello biblico. Gesù non è venuto a "dialogare" cortesemente con tutti, ma a predicare il Regno di Dio per salvare i peccatori e concedergli il perdono e la vita eterna. Ogni "dialogo", in cui egli prese parte, avvenne al fine di comunicare la sua salvezza, la sua vita e il suo amore ai suoi interlocutori. Allo stesso modo egli ha mandato gli apostoli a predicare il Vangelo, per chiamare le persone al pentimento, alla conversione e alla santificazione, battezzandoli e insegnando loro il Regno di Dio.

La Chiesa insegna che il dialogo non è fine a se stesso ma fa parte di un compito più grande, ovvero della sua missione di evangelizzazione. Riguardo a ciò, è bene richiamare le parole che Papa Benedetto XVI scrisse alcuni anni fa in qualità di cardinale Joseph Ratzinger:

"Questo significa che l’attività missionaria dovrebbe cessare ed essere sostituita dal dialogo, dove non si tratta più di diffondere la verità ma di rendere una persona un migliore cristiano, ebreo, mussulmano, indù o buddista? La mia risposta è No… in quanto ciò non sarebbe altro che una totale mancanza di convinzione; sotto il preteso di confermarci l’un l’altro nelle nostre migliori affermazioni, noi mancheremmo di prendere noi stessi (o altri) seriamente, e alla fine rinunceremmo alla verità. Invece, la risposta deve essere che la missione e il dialogo non debbano più essere opposti ma mutualmente interpenetrati".
"Il dialogo non è una conversazione senza obiettivo, ma aspira alla convinzione e nel trovare la verità, altrimenti è senza valore" (Molte Religioni, un’Unica Alleanza, pp. 111-112, enfasi aggiunta).

Questa è anche la linea seguita dal Sinodo, che invita tutti i cristiani ad avere "il coraggio di dire la verità con obiettività" (MS 4.4).

Ho sentito sacerdoti parlare della loro frustrazione di come quasi tutto il loro lavoro e "ministero" in Terra Santa consista nell’occuparsi di affari temporali: doveri amministrativi, questioni di finanze e tasse, questioni immobiliari, mantenere lo status quo tra le confessioni cristiane, ecc...  Nel migliore dei casi alcuni organismi cattolici svolgono opere umanitarie ed educative. Senza dubbio ciò è importante e buono, ma non costituisce il cuore del messaggio di salvezza del Vangelo.

Diciamo la verità: per una buona parte del clero in Terra Santa, l’idea di pregare per la conversione e la salvezza dei peccatori, compresi gli ebrei e i mussulmani, è completamente fuori dai loro pensieri. Non solo non parlano e non pregano per questa pressante necessità, ma molti di loro sono così assorti in questioni temporali, e immersi nell’atmosfera di questo "dialogo" di correttezza politica, che una cosa del genere neanche tocca la loro mente.   

La missione spirituale della Chiesa Cattolica in Terra Santa è fortemente paralizzata a causa di uno spirito di secolarismo, di umanesimo, di correttezza politica e di relativismo pratico. Parlare costantemente e in modo vago di "pace" e di "giustizia" rimarrà inutile e infruttuoso se il clero della Chiesa Cattolica non comincia a porre la sua enfasi principale sulla missione spirituale della Chiesa, ovvero operare e pregare così che tutto il popolo – compresi gli ebrei e i mussulmani – possano arrivare ad una fede personale e ad un incontro salvifico con Gesù il Messia. Questo non significa impegnarsi in un insensibile o sconsiderato proselitismo, ma significa prendere seriamente il Vangelo. La vera pace non dipende da un attivismo sociale e da parole vuote, ma dall’opera di evangelizzazione della Chiesa e dalla misura in cui essa sarà in grado di essere un vero canale di divina verità e di grazia di salvezza e di santificazione per tutti quegli uomini e quelle donne che sono estraniate da Dio e ignoranti di Cristo, per la loro duplice oscurità di peccato e ignoranza.  

È tempo per la Chiesa in Terra Santa di ricordare che il dialogo separato dalla vera evangelizzazione è – nelle parole di Papa Benedetto – senza valore, e che la sua maggiore missione non è una "conversazione senza obiettivo" ma il condurre tutte le persone alla salvezza, alla santificazione e alla vita divina attraverso un incontro vivo con Cristo.

6. Offuscamento della Dottrina: la Crisi Catechetica

Il fatto che tali seri problemi come il marcionismo, il supercessionismo, la teologia della liberazione e il relativismo pratico siano presenti nella Chiesa in Terra Santa indica un problema ancora più grande: la crisi catechetica e dottrinale. In generale (con poche notevoli eccezioni) la catechizzazione dei cattolici in Terra Santa è scarsa, se non nulla. Molti cristiani palestinesi sono per la maggior parte cristiani culturali – prima palestinesi, poi cristiani. Nonostante la presenza di quattro seminari e di diversi istituti specializzati nello studio delle Scritture nell’area di Gerusalemme, il livello di catechesi dei cristiani locali a livello popolare è bassissimo. Sembrerebbe che questa ignoranza popolare della fede derivi principalmente da una scarsa catechesi insegnata dal pulpito. Raramente, se mai, ho sentito delle omelie chiare e solide o degli insegnamenti su temi fondamentali come il mistero della Trinità e della divinità di Cristo, il peccato originale e i suoi effetti, la natura decaduta dell’uomo, gli angeli e i demoni, la necessità della grazia per la salvezza, il significato e gli effetti della liturgia e dei sacramenti, la natura del sacerdozio e della Chiesa, la chiamata universale alla missione, la morale sessuale e i problemi inerenti ad essa, le questioni di vita attuale come la contraccezione e l’aborto, la distinzione tra il peccato veniale e quello mortale, ecc.…

Il cristianesimo in Terra Santa ha l’enorme vantaggio di trovarsi proprio nei luoghi dove sono avvenuti gli eventi della salvezza e i misteri della vita di Cristo sono generalmente ben enfatizzati nella vita liturgica della Chiesa. Ma nonostante questo privilegio, le prediche e gli insegnamenti (sempre salvo alcune eccezioni) sono spesso annacquati da vaghi messaggi di pace e giustizia o sul seguire in qualche modo Gesù (senza entrare nei dettagli su cosa realmente ciò implichi). La devozione popolare a Maria e ai santi ha la precedenza su una solida formazione dottrinale e catechetica. A peggiorare le cose – o forse è un sintomo del problema – è pressoché impossibile trovare del buon materiale di catechesi o dei libri sui fondamenti della fede cattolica in Terra Santa – incluso il Catechismo della Chiesa Cattolica, che non si trova quasi da nessuna parte.

Il risultato di questo offuscamento della dottrina della Chiesa e della pietosa formazione in catechesi e apologetica significa che, per la maggior parte, i fedeli in Terra Santa, vivendo come piccola minoranza nel mezzo di una maggioranza di non cristiani, sono totalmente incapaci di spiegare o difendere la base della loro fede – per non parlare di invitare altri a farne parte. Fortunatamente, solo pochi di loro si convertono ad altre religioni o abbandonano del tutto il cristianesimo, grazie al forte legame che esso ha con la loro identità sociale e culturale. Ne risulta però una cristianità debole e priva di contenuto, alla mercé di ogni nuovo "vento di dottrina" e manipolazione del Vangelo, come quelli che abbiamo menzionato sopra.

È tempo per la Chiesa in Terra Santa di uscire dalle sue confuse acque dottrinali e di cominciare ad insegnare la bellezza della dottrina della Chiesa, proponendo ai fedeli tutto l’intero deposito della fede.

7. Combattere il Male: la Lotta spirituale e i Soldati Dormienti

Tutti sanno che la Terra Santa è un paese di tensioni e conflitti. I giornalisti e gli esperti in materia discutono e scrivono ininterrottamente degli articoli su questo tema, considerando le cause e proponendo delle soluzioni per raggiungere la pace e la giustizia negli ambiti umani, naturali e politici. Mentre la Chiesa può – e dovrebbe – esercitare un ruolo importante in questo contesto, la sua principale missione non è quella temporale ma spirituale. Troppi cattolici in Terra Santa hanno dimenticato (o non hanno mai considerato) che questo continuo conflitto politico è solo il riflesso dell’intensa battaglia tra il bene e il male che sta avvenendo nel regno spirituale.

La più grande fonte di ogni male in Terra Santa non è l’"occupazione", con il muro e i posti di controllo. Non è neanche la violenza o il terrorismo islamico. La fonte invisibile di tutto questo male visibile è Satana, il padre della menzogna, e una parte della sua più grande e insidiosa opera non è quella ovvia a tutti (il conflitto, le divisioni e la violenza), ma una molto più sottile e nascosta – appunto gli "elefanti nella stanza" che abbiamo descritto: l’indebolimento della forza della Chiesa attraverso il marcionismo, il supercessionismo, la teologia della liberazione, la dhimmitudine, il relativismo e l’offuscamento della dottrina della Chiesa.

I capi della Chiesa in Terra Santa hanno fallito nel preparare i fedeli a comprendere e a combattere contro le opere del diavolo nella Chiesa di oggi. Mentre si sentono costantemente preghiere insipide e inefficaci per la "pace e la giustizia", non si sentono quasi mai preghiere specifiche concentrate sulla lotta spirituale. Per esempio io non ho mai sentito un sacerdote a Gerusalemme guidare i fedeli alla preghiera di San Michele Arcangelo o a nessun altra preghiera specifica, per chiedere al Signore di proteggere la Chiesa dalle opere del diavolo e dei suoi demoni. Molti clericali cattolici, contaminati dal razionalismo, scartano questo argomento considerandolo superstizioso o "fondamentalista", nonostante l’evidenza nelle Scritture. Altri sono così assorti in questioni temporali che tali considerazioni cadono totalmente fuori dai loro pensieri e dalle loro attività.

È tempo per la Chiesa in Terra Santa di ricordare che "la nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti". (Ef 6:12). È tempo di mutare l’obiettivo della preghiera nella Chiesa, così che essa possa intraprendere seriamente l’intensa battaglia spirituale che si sta svolgendo in Terra Santa.

8. Punti Ciechi: la Perdita della Visione Profetica ed Escatologica

La Chiesa in Israele ha perso gran parte della sua visione profetica. Con il Vangelo che viene comunemente manipolato per scopi socio-politici, il clero occupato in questioni temporali e i fedeli tristemente ignoranti delle Scritture (e specialmente dell’Antico Testamento), solo pochi di loro sono in grado di leggere la Bibbia, la tradizione della Chiesa e gli scritti dei santi in modo lungimirante e profetico. Sfortunatamente molti studiosi, che conoscono gli scritti profetici delle Scritture e che potrebbero istruire i fedeli, sono essi stessi contagiati da scetticismo e razionalismo, mancando nel collegare i testi biblici con gli eventi attuali dei nostri giorni. Il risultato è spesso sterile, e manca di slancio e di direzione, mentre la profetica Parola di Dio, essendo "viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio" (Eb 4:12), se ricevuta con fede può parlare potentemente e versare una luce divina negli eventi che colpiscono gli individui e le comunità cristiane.

La perdita della visione profetica nella Chiesa è forse correlata alla perdita di un’effettiva funzionalità dei doni dello Spirito Santo in ampi strati della Chiesa: questi includono la sapienza e la conoscenza, il dono della guarigione e della profezia, il discernimento degli spiriti, il dono delle lingue, ecc. (cf. Rm 12:6-8; 1 Cor 12:4-11). Qui è dove gli individui carismatici e le comunità, cattoliche e non, possono giocare un ruolo importante nel rivitalizzare e riaccendere i doni che sono dormienti in molti settori della Chiesa a causa della mancanza di fede tra i sui capi.

Allo stesso modo la Chiesa ha completamente perduto la sua visione escatologica. Nonostante il fatto che ci si richiama alla Seconda Venuta del Signore ad ogni liturgia eucaristica, molti cattolici locali sono dimentichi dell’insegnamento della Chiesa sull’escatologia. Ciò costituisce un disastro, in quanto l’escatologia è il telos, l’obiettivo della storia dell’umanità. Se sei confuso sullo scopo della tua vita, del tuo lavoro e delle tue attività, allora probabilmente sei concentrato verso l’obiettivo sbagliato. Molto spesso la più grande aspirazione dei cattolici locali è di vedere la fine del conflitto medio-orientale e i loro sforzi e le loro preghiere sono in gran parte concentrate su questo fine. Sebbene sperare e aspirare alla pace sia una cosa buona, questa visione può facilmente essere vuota di trascendenza, mancando la prospettiva della storia della salvezza e della fede della Chiesa.

Per quanto pregare e operare per la giustizia sia un compito nobile, i cattolici dovrebbero tenere presente che il compito primario della Chiesa non è aspirare alla pace sulla terra ma operare per la salvezza e la santificazione degli uomini e per la loro riconciliazione con Dio. Inoltre, concentrarsi su una "pace e giustizia" puramente umane potrebbe essere diametralmente opposto al piano di Dio. Quanti ricordano il Signore ammonire severamente che Egli non è venuto a portare la pace sulla terra ma la spada (Mt 10:34) – perché la fede in Cristo può dividere nettamente i suoi seguaci da quelli che lo rifiutano? Quanti sono consapevoli della grande apostasia che colpirà la Chiesa negli ultimi giorni (2 Ts 2:3; 2 Tm 3:1-5)? Quanti tengono presente che la Chiesa dovrà affrontare un "grande inganno religioso" con la venuta dell’anticristo, il quale "svelerà il mistero dell’iniquità sotto forma di un’impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità" (CCC 675-76)? Certamente sembra che una pace simulata nel Medio Oriente, insieme alla secolarizzazione del messaggio del Vangelo e la neutralizzazione della missione spirituale della Chiesa potrebbe ben qualificarsi come "soluzione apparente" ai problemi dell’umanità al prezzo dell’apostasia dalla verità. (vedi Una Visione Cattolica della Fine dei Tempi).

Anche qui, i membri del clero cattolico, contagiati dal razionalismo, potrebbero avere la tendenza ad escludere ogni discorso riguardante l’escatologia, considerandolo "fondamentalista", anche se i suoi principi più importanti costituiscono una parte integrante della nostra fede, come descritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica. (668-82). È vero che Gesù ha detto che nessuno sa il giorno e l’ora di quando verrà il Figlio dell’uomo; ma egli ha anche detto anche che dovremmo imparare dal fico ed essere in grado di sapere quando è vicina l’estate, ovvero, in quale stagione della salvezza noi ci troviamo. (Mt 24:23-36).

In un’era in cui la Chiesa in Terra Santa sta affrontando più difficoltà che mai, è tempo per essa di recuperare la sua visione profetica ed escatologica. Solo se illuminata dalla verità della Parola di Dio sarà in grado di proteggersi dall’inganno, dall’errore e dalle false vie.

9. Il Silenzio non è sempre d’oro: La Tirannia della Correttezza Politica.  

Di tutti i problemi che affliggono la Chiesa, forse il più debilitante è costituito dal diffuso diniego e rifiuto di ammettere e di affrontare questi problemi. È tempo per la Chiesa in Terra Santa di smettere di biasimare per il suo declino i problemi socio-politici, e di riconoscere che molte delle sue più gravi debolezze derivano dalla mancanza di fedeltà alla sua missione. È tempo per la Chiesa di smettere di biasimare i suoi problemi con l"occupazione" israeliana, e di riconoscere e combattere coraggiosamente al suo interno l’antisemitismo, l’antisionismo e la Teologia della Liberazione, di abbandonare lo spirito di dhimmitudine e di esprimersi chiaramente e sinceramente sulla minaccia islamica, di rivivere vigorosamente la missione spirituale ed evangelica della Chiesa, di riconoscere apertamente la sua letargia dottrinale, profetica e escatologica, di istituire solidi programmi di formazione biblica e dottrinale, ecc...

È anche arrivato il tempo per la Chiesa in Terra Santa di cambiare il messaggio che rivolge al mondo: non basta appellarsi perché più persone vengano in pellegrinaggio o donino del denaro. Noi dobbiamo confidare in Cristo, con obbedienza e fedeltà alle sue parole, e non solo cercare aiuti materiali dall’occidente! L’opinione mondiale deve essere formata e informata, non con luoghi comuni di correttezza politica, appelli ad attivismo politico o campagne di raccolta di fondi, ma con l’intera verità. Il grande appello alla comunità cristiana mondiale dovrebbe essere che essa preghi perché tutti noi cristiani di Terra Santa riconosciamo quegli "elefanti nella stanza" che stanno paralizzando la missione della Chiesa, così da poter operare diligentemente insieme per affrontarli e risolverli in tutta serietà.

10. Ecumenismo Selettivo: Ignorare le Comunità Messianiche e Evangeliche.

La gravità e il numero di problemi interni che affliggono la Chiesa Cattolica in Terra Santa dimostrano che i cattolici hanno bisogno di aiuto per risolverli. Una parte di questo aiuto potrebbe giungere dai nostri fratelli evangelici e messianici, la cui forza si trova precisamente nelle nostre debolezze più grandi: essi sono abbastanza consapevoli dei pericoli della teologia di sostituzione e hanno un sincero e vero amore per Israele (nonostante molti di essi soffrano molte persecuzioni e ingiustizie); apprezzano le loro radici ebraiche, comprendono chiaramente la priorità del Vangelo del regno spirituale su quello temporale, non sono contagiati dalla Teologia della Liberazione e sono meno suscettibili a cadere in programmi socio-politici, comprendono bene la natura e la minaccia dell’Islam, sono meno propensi al relativismo e più fedeli alla chiamata all’evangelizzazione e a condurre altri a Cristo, prendono seriamente la formazione della fede e la catechesi, comprendono bene la realtà della vita spirituale, hanno una nitida visione profetica ed escatologica, non sono coinvolti in correttezze politiche e generalmente non hanno paura di pronunciare la verità.

Come menzionato sopra, non è che le comunità messianiche e evangeliche non abbiano dei problemi: ad essi manca la guida del successore di Pietro nella persona del Papa e gli insegnamenti della Chiesa, sono privati del sacerdozio istituito da Cristo, di gran parte dei sacramenti e specialmente della Santa Eucaristia; hanno una comprensione ridotta di Maria e della comunione dei santi, ed altro ancora. Tuttavia queste lacune non sono necessariamente un impedimento al dialogo, al contrario esse dovrebbero spingerci di più ad incrementare la collaborazione ecumenica tra loro e la Chiesa Cattolica, poiché questa collaborazione potrebbe essere altamente benefica per entrambe le parti.

Purtroppo la Chiesa Cattolica in Terra Santa attualmente pratica solo un ecumenismo selettivo. Mentre si fanno molti sforzi nel promuovere relazioni con gli Ortodossi e le principali chiese protestanti (spesso con seri problemi di falso irenismo e intercomunione tra le confessioni, contro le esplicite regolazioni della Chiesa), le comunità messianiche ed evangeliche vengono ignorate, evitate e qualche volta demonizzate. Forse perché la loro posizione verso Israele non corrisponde agli atteggiamenti antisionistici e anti-Israele delle chiese principali; le comunità messianiche ed evangeliche sono spesso ingiustamente caricaturate come sette apocalittiche che praticano uno sconsiderato proselitismo solo per dare inizio, il prima possibile, alla Seconda Venuta.

È tempo per la Chiesa Cattolica in Terra Santa di mettere fine all’ecumenismo selettivo e al vergognoso diniego delle comunità messianiche ed evangeliche e di aprire le porte a tutti i fratelli credenti in Cristo – specialmente quelli che sono meglio equipaggiati ad aiutare i cattolici a risolvere i gravi problemi che paralizzano l’opera della Chiesa.

Sommario: Proposta di una Mappa da Seguire per una Nuova Direzione nella Chiesa

Molte buone persone vivono, operano e pregano nella Chiesa Cattolica in Terra Santa ed essi sinceramente e coscienziosamente desiderano dare un impatto positivo. Se tu che leggi sei uno di loro, sappi che la tua vita e la tua opera in Israele è importante. L’obiettivo di questa lettera non è di biasimare qualcuno, ma piuttosto di incoraggiare tutti i cristiani – e specialmente i cattolici – a riflettere su come possiamo vivere la nostra chiamata cristiana in un modo più fedele. La terribile situazione della Chiesa di oggi indica che molte delle posizioni e iniziative politiche che sono state assunte e seguite negli ultimi decenni – ufficialmente e non – hanno fallito. È tempo di creare un nuovo approccio, ed esso (sommariamente) dovrebbe includere:

  1. rifiutare decisamente il neo-marcionismo, la teologia della sostituzione e riscoprire le radici ebraiche del cattolicesimo e della fede cattolica;
  2. rifiutare decisamente l’antisemitismo e l’antisionismo e promuovere tra i cattolici un vero apprezzamento e amore per Israele (ovviamente, ciò non significa che tutto quello che Israele fa sia buono, e non esclude un criticismo legittimo riguardo ad alcune azioni israeliane);
  3. rifiutare decisamente la teologia anti-Israele della liberazione della Palestina, e trovare vie di supporto del popolo palestinese in modi che sono più rispettosi e appropriati della chiamata profetica di Israele;
  4. rifiutare decisamente la mentalità dhimmi e smettere di tacere o di rinnegare la crescente aggressiva minaccia dell’Islam;
  5. ridimensionare il ruolo del dialogo in subordinazione alla missione di evangelizzazione della Chiesa;
  6. stabilire dei vigorosi programmi di catechesi e di formazione dottrinale per i fedeli;
  7. accrescere la consapevolezza della necessità di una battaglia spirituale, e insegnare e equipaggiare il clero a trasmettere questa consapevolezza ai fedeli;
  8. restaurare la visione profetica ed escatologica nella Chiesa e tradurre questa visione in azione;
  9. rifiutare la correttezza politica e descrivere la realtà della Terra Santa come essa veramente è;
  10. restaurare un ecumenismo vero e completo, con una reale accoglienza e apertura verso i credenti messianici ed evangelici;

Mettere in pratica questi punti richiederà un vero cambiamento a livello di cuore, di pensiero e di mentalità da parte del clero e dei laici cattolici. Come Papa Giovanni Paolo II diceva spesso: "Non abbiate paura!" Che il nostro Signore Gesù Cristo dia ai capi della Chiesa il coraggio e la visione, la flessibilità e la determinazione di cambiare il corrente corso e di guidare la Chiesa Cattolica in Terra Santa verso una fedeltà più grande alla sua missione, così che essa possa essere di nuovo sale e luce per il popolo del Paese che diede i natali a Gesù.

Come abbiamo menzionato, se alcuni punti risultassero inaccurati o sbagliati, vi invitiamo a comunicarlo, insieme a dei fatti rilevanti, al fine di poter apportare le correzioni o i miglioramenti necessari alle nostre affermazioni. Noi, a Cattolici per Israele, siamo in solidarietà e comunione con la Chiesa locale e universale, rimanendo a disposizione e al servizio dei nostri pastori, e siamo felici di aiutare in ogni modo possibile ad attuare la realizzazione di un autentico rinnovamento della missione della Chiesa, per la salvezza di Israele e del mondo intero.

Ariel Ben Ami e Cattolici per Israele