PER UNA PIU’ PROFONDA CONOSCENZA
DEL MISTERO D’ISRAELE, DELLA CHIESA, DEL MONDO

di Padre Carlo Colonna s.j.

in risposta soprattutto allo scritto di Ariel Ben Ami: Israel Past, Present and Future

Jews at the Wailing WallLe risposte che ho ricevuto da Ariel Ben Ami e da Mark Kinzer sul mio studio circa i differenti modi di intendere Israele, sono state importanti e da me molto apprezzate per la ricchezza dei contenuti, anche se correttivi di alcuni miei giudizi.

Il dialogo su questi temi di natura profondamente misteriosa, perché gettano le loro radici in Dio e nel Suo Disegno salvifico, si arricchisce così di nuove intuizioni e illuminazioni che vengono dall’Alto, perché Dio coopera con la sua luce a darci piena conoscenza del mistero della Verità, che avvolge la storia e il cosmo intero.  Sta scritto infatti: "E’ in te la sorgente della vita. Alla tua luce vediamo la luce" (Sal 36,10).

Stimolato quindi dalle osservazioni ricevute, ritorno su quanto ho scritto, chiarendo il mio pensiero, e aggiungendo alle idee precedenti nuove intuizioni, che mi sono venute.

I Punto: Sulle distinzioni e sull’unità del termine Israele

Comincio dal quel senso di eccessive distinzioni, con cui parlo di Israele, che ha messo a disagio Ariel, anche se le ha trovate utili per comprendere e spiegare meglio la posizione ideologica di Catholics for Israel. Dice Ariel:

These distinctions help us to identify more precisely what we are talking about when discussing the complex topic of God's chosen people. At the same time, I could not help but feel a certain uneasy sensation of fragmentation in the many categories that he proposed: five ways of understanding Israel, three ways of perceiving the modern State, two erroneous ideological interpretations of Israel, and a marked separation between Judaism as a religious entity and Israel as a political entity. As Fr. Carlo himself acknowledges, beyond the indispensable distinctions necessary to facilitate our discussion, there is in the end only one Israel and indeed one people of God, intended to include - at least at the moment of the eschatological pleroma - both Israel and the Church. If the current divided state of the world makes these distinctions necessary, let us try nevertheless to discuss them while keeping in mind the unity of the whole, knowing that all these categories will one day be dissolved when God's people comes to the fullness of perfection.

Qui voglio sottolineare l’importanza di procedere con queste distinzioni per comprendere meglio la confusione esistente intorno al termine "Israele", perché oggi attualmente esistono cinque modi "globali" di intendere "un solo Israele, in cui confluiscono i cinque elementi indicati, che sono diversi l’uno dall’altro. Un cattolico ha una visione di "Israele globale" in modo diverso dalla visione di un Ebreo ortodosso ed Ebrei ortodossi e messianici hanno visioni diverse circa "l’Israele globale". Per comprendere meglio dove nascono queste cinque diverse visioni globali, mi sembra che sia utile ricorrere all’analisi delle diverse parti, che portano il nome di Israele, per vedere dove si annida la diversità e come, possibilmente, eliminarla, o, almeno tenerla presente in un "dialogo" di tipo ecumenico.

E’ una situazione simile di ciò che è avvenuto nella Cristianità dei Gentili, in cui vi dovrebbe essere un solo Cristianesimo e una sola Chiesa, in cui convergono le diverse parti del Cristianesimo e della Chiesa in una sola unità, ma in realtà vi sono più Chiese e più Cristianesimi e ciascuno rivendica di rappresentare il "Cristianesimo globale" e la "Chiesa globale". Così è necessario fare un discorso intorno ai diversi modi di intendere Chiesa e Cristianesimo, partendo dalle diverse parti che compongono il Cristianesimo e la Chiesa e comprenderemo meglio il perché ci sono diversi Cristianesimi e diverse Chiese.

Questo lavoro di distinzioni ci aiuta, quindi, a comprendere meglio "ciò che unisce e ciò che divide" i diversi modi globali di intendere Israele, vedendo quali sono i modi più vicini e quelli più lontani tra loro. Se non si fa questo lavoro di distinzione si contrappongono cinque globalità diverse, tutte chiamate "Israele", e non ci capisce perché e dove si contrappongono e quali invece sono gli aspetti che non si contrappongono, ma richiamano invece all’unità.

E’ normale, poi, che ciascuno nella sua visione globale su Israele debba fare una operazione di riduzione all’unità dei cinque elementi che portano il nome di Israele e vedere questi elementi come parti di un tutto, che io qui chiamo "l’Israele globale".

II Punto: Sulla definizione del Giudaismo dopo Cristo come Giudaismo Anti-Messianico

Mark Kinzer ha difficoltà nell’accettare la mia definizione del Giudaismo dopo Cristo come "antiMessianico". Egli dice: 

I found the piece you sent fascinating -- like all that you write! I do, however, see matters somewhat differently. First, I do not look at the Judaism of the past two thousand years as "anti-messianic." As I argue in Postmissionary Messianic Judaism, the Christ encountered by the Jewish people of the past 19 centuries was so distorted by anti-Judaism that his character as Israel's Messiah was unrecognizable. Instead, I see the Judaism of the past 1900 years as a tradition filled with the wisdom and life of Messiah Yeshua, albeit in a hidden fashion (just as "Israel" remains in the midst of the church, albeit in a hidden fashion).

Ciò che dice Kinzer mi ha fatto riflettere in senso positivo, nel senso che mi sono sforzato di uscire fuori dal modo tradizionale nella Chiesa di pensare il Giudaismo dopo Cristo, espresso dal termine "anti-Messianico". Ho trovato così un altro termine: "Senza il Messia", che è di mezzo a questi altri due: "Contro (anti) il Messia" e "A favore (pro) del Messia". Qual è la differenza tra Giudaismo "senza il Messia" e "contro il Messia"? Si può stabilire questa differenza, partendo dal fatto che Israele è naturalmente disposto ad accogliere il Messia nella sua personalità spirituale fin dalla chiamata di Dio ad Abramo, così come una donna è naturalmente disposta a ricevere un bimbo concepito nel suo seno. Israele quindi è naturalmente disposto a "favore" del Messia. Arrivato il tempo in cui Israele come totalità doveva accoglierlo (la venuta di Gesù nella carne), Israele non lo ha fatto, lo ha respinto, e quindi è rimasto "senza il Messia", che invece è stato accolto dai pagani, che sembravano non fossero preparati ad accoglierlo. Ma nel Disegno di Dio arriverà il tempo in cui Israele accoglierà il Messia, prima del ritorno di Cristo nella gloria. Ciò indica che Israele rimane sempre orientato ad accogliere il Messia, non quando verrà nella gloria, ma prima. Il suo essere "senza il Messia" è provvisorio e, anche se apparentemente Israele si manifesta "contro il Messia", per cui rimane "senza", ciò è opera degli uomini, degli ebrei increduli, non della natura di Israele come è nel pensiero di Dio. Ora Dio nel mantenere in vita Israele nel tempo dopo Cristo,  non lo fa in vista dei giudei che sono "senza Cristo" o "contro Cristo" e come tali si sono propagati da venti secoli nella storia, ma lo fa in vista della "natura di Israele", che, nonostante il rifiuto di Cristo, rimane sempre in attesa di essere gravido di Cristo e Dio ha già annunziato che verrà il giorno in cui questa gravidanza si realizzerà.

Questo modo di intendere il Giudaismo dopo Cristo è diverso dal dire che esso è "anti-messianico". Esiste l’"Anti-Messianismo", ma questo non è di Israele, ma del "mondo" e delle "potenze nemiche del Messia", in cui il mondo si esprime. Gesù stesso designò qual è il suo vero nemico, l’Anti-Cristo per antonomasia, e lo chiamo "il mondo", quando disse: "Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi, ha odiato me…chi odia me, odia anche il Padre mio" (Gv 15,18.23). Questo mondo è Anti-Messianico per natura, come lo è il diavolo, che è il principe di questo mondo.  E’ vero che anche Israele è arrivato ad odiare il Messia, mettendolo in croce, ma questo peccato può essere paragonato al tradimento di Pietro, di cui ci fu pentimento, mentre l’odio del mondo verso il Messia è paragonabile al tradimento di Giuda, di cui non ci fu pentimento teologale e cadde nella condanna, preannunziata da Gesù. Così, mentre per Israele verrà il momento del pentimento davanti al Messia, come avvenne per Pietro, per il mondo invece non c’è pentimento, ma solo lotta nascosta o esplicita contro il Messia, che sarà risolta solo con il trionfo di Cristo e la condanna del mondo nel giorno del suo ritorno.

Queste realtà di grande spessore teologico non sono molto lontane dalla storia, ma ci danno la chiave per interpretarla.  Difatti lungo la storia il Giudaismo dopo Cristo, anche se si è manifestato "contro Cristo", continuando il rifiuto del Messia dell’Israele del tempo di Gesù, ha dovuto sperimentare su di sé l’odio del "mondo" come lo ha sperimentato la Chiesa. Perché questo? Perché Israele, nonostante il suo "Anti-Cristianesimo", rimaneva naturalmente orientato al Messia e questo non poteva essere tollerato dalle potenze veramente nemiche di Cristo, che sono nel mondo.  Per questo motivo ebrei e cristiani sono stati l’oggetto dell’ira deicida di Hitler, espressione macroscopica dell’odio del mondo verso il Messia nell’epoca attuale. Con un linguaggio biblico che si rifà alla profezia della Genesi 3,15, la discendenza umana che viene da Dio e che riporterà vittoria contro il nemico di Dio, operante nella storia, è formata dalla "Donna" (Israele) e dalla sua discendenza (il Messia e i cristiani), contro cui si scatena l’ira di Satana. Di tutto questo c’è oggi una rappresentazione in chiave politica di questo odio del "mondo" verso la Donna e la sua discendenza. Possiamo vedere un simbolismo politico di questo odio, nell’odio che ha il mondo arabo musulmano verso Israele e il Mondo Occidentale, che è il luogo dove il Cristianesimo rappresenta la religione principale professata. Nel Mondo occidentale, poi, bersaglio dell’odio degli arabi musulmani sono in modo particolare gli Stati Uniti.  Israele e gli Stati Uniti, colpito dall’odio fanatico dei musulmani, in questo caso, sono solo simbolo di ciò che nel loro inconscio spirituale portano, la presenza della discendenza di Dio in un mondo nemico di Dio. Ciò nonostante i molti peccati, di cui sono pieni sia Israele sia gli Stati Uniti sia il Mondo occidentale.  Questo è un punto che merita un approfondimento ulteriore, che spero di poter fare in altro momento.

In questa visione l’odio reciproco che c’è stato nei secoli tra Giudaismo senza il Messia (il Giudaismo post-Cristo) e il Cristianesimo dei Gentili  è destinato a scemare sempre più fino a scomparire del tutto per dare spazio ad una grande riconciliazione, frutto dell’opera del Messia, che è il Principe della Pace ed unisce in sé Giudei e Gentili in un solo Spirito.  Rimarranno, invece, implacabile fino alla fine, l’odio del mondo e le tribolazioni che questo odio scatenerà contro il Messia e coloro che in qualsiasi modo gli appartengono, ma rimane salda la parola del Signore Gesù, che ha detto: "Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio; io ho vinto il mondo" (Gv 17,33).

III Punto: Inadeguata separazione tra l’Israele politico e l’Israele religioso.

Su questo punto sia Kinzer sia Ariel fanno le dovute critiche. Scrive Kinzer:

Third, I don't think that the State of Israel is a secular state. It is a Jewish state -- and that means more than culture. (These days, the most influential elements within it are religious nationalists who populate the settlements.) Jewish culture is inseparable from Jewish religious tradition, just as it is inseparable from core genealogical descent. It is this complex nature of Jewish identity -- and thus of the identity of "Israel" -- that I think your short article is missing. Religion, genealogy, ethnicity, culture, politics -- for the Jewish people, and for the Torah itself, these elements are only separable through philosophical abstraction. In order to understand the true mystery of Israel, one needs to see how these various elements are inextricably bound together. The recent Paris Statement developed by the Helsinki Consultation makes the point well: "The identity of the Jewish People [i.e., Israel] is complex, consisting of historical, familial, ethnic, cultural and spiritual components that are all essential and inseparable. The paradoxical nature of Jewish identity challenges us to avoid reductionist interpretation and to explore further the mystery of our people.

Ariel poi scrive:

More complex is the issue of the modern State of Israel. I would like to reconsider Fr. Carlo's claims that this nation "can no longer be considered 'the nation of God'" and that God has "separated the earthly, political, economic, and temporal existence of Israel from its existence as God's people, that is, from its strictly religious dimension. Let's begin with the second claim: Did God really separate Israel's temporal and religious dimensions? As we have seen, there was no such division in OT Israel (1). Moreover, the concept is just as foreign to post-Christic Judaism (2): for even though the Jews in their long dispersion were deprived of a sovereign nation and state, traditional Judaism never had a concept of complete separation between temporal/civil and religious life. Quite on the contrary, the very essence of halakha, the Jewish way of life, closely unites the two realms: every aspect of the life of the Jewish individual and even the local administration of the Jewish community is guided and regulated by the precepts of the Torah.

In modo particolare Ariel, in seguito, sottolinea che anche se l’attuale Stato secolare d’Israele non fa parte della tradizione biblica, il possesso delle Terra santa da parte d’Israele fa parte del progetto di Dio su Israele. Si deve quindi distinguere "Israele come nazione", a cui è promesso l’abitazione nella Terra santa, da "Israele come Stato", che può avere diversi modi di essere, verso cui Dio non si è impegnato. Questa distinzione, però, non è troppo da forzare perché una nazione che vive in una patria deve per forza avere un regime statale, per cui se Dio vuole che "Israele come nazione" abbia una patria, deve contemporaneamente volere che esista uno Stato d’Israele. Questo è il pensiero di Ariel.  

La mia risposta è questa: sostanzialmente accetto queste osservazioni, che però vorrei integrare nel mio discorso in questo modo. Nella questione in atto sono coinvolti tre temi:

  1. L’unione tra tradizione religiosa giudaica e realtà statale politica d’Israele. Il termine "Israele" abbraccia entrambi gli aspetti.
  2. L’unione e distinzione tra "Israele come nazione" e "Israele come Stato"
  3. La Terra santa come terra promessa da Dio a Israele per sempre.

Riguardo al primo tema sono d’accordo con quanto dicono Kinzer e Ariel, purché si designi una certa gerarchia di valori nelle realtà che compongono Israele come un tutto. Mi sembra che l’alleanza di Dio con Israele designi il valore più alto e più proprio di Israele, quello che lo distingue fin dall’inizio dagli altri popoli della terra e che ancora continua ad essere il suo valore principale. Questo valore non sembra essere preminente nell’Israele attuale come Stato, anche se fa da sfondo alla cultura e all’essenza della nazione ebraica. Comunque sono d’accordo che l’Israele come Stato attuale e non solo come Nazione faccia parte del mistero d’Israele in alleanza con Dio, mai interrotta, anche se una parte considerevole d’Israele ha rigettato il Messia.

Riguardo al secondo tema, mentre Israele come Nazione è carico di una sacralità indiscutibile, Israele come Stato non lo è altrettanto. La distinzione tra Israele come Nazione e come Stato, fatta da Ariel come anche da me, è fondamentale. "Israele come Stato" viene come valore "dopo" "Israele come Nazione" in alleanza con Dio. Questa posizione si evince anche dal fatto che Israele può anche avere uno Stato laico come l’attuale e non per questo Israele come Nazione perde il suo statuto di nazione in alleanza con Dio.

Possiamo fare un paragone con la Chiesa cattolica, considerata come "Vaticano" che ha un territorio sotto la giurisdizione politica del Papa, senza intromissione di altri Stati, e la Chiesa cattolica come Nazione dei credenti in Cristo di tutti i popoli. Lo Stato del Vaticano permette alla Santa Sede, organo di governo spirituale e pastorale della Chiesa cattolica, di essere indipendente dalla politica dell’Italia e così di portare avanti nella libertà politica i suoi programmi per la Chiesa cattolica. Il paragone va preso per quell’elemento di somiglianza che contiene tra Israele come Nazione religiosa e Israele come Stato. Certamente lo Stato d’Israele non governa Israele come nazione religiosa, come fa la Santa Sede per i cattolici di tutto il mondo, ma Israele nella sua vita civile ed economica. Però lo Stato sovrano di Israele, anche se laico e interessato solo alle cose politiche e terrene, è una garanzia di sussistenza per l’Israele come Nazione religiosa.

Riguardo al terzo tema, c’è da riflettere sul carattere di "segno", che ha la Terra santa, abitata tuttora da Israele in adempimento alle promesse di Dio dell’A.T. . Non solo dell’A. T., ma anche del N.T., in quanto sia la diaspora d’Israele tra le nazioni sia il ritorno d’Israele nella Terra santa fanno parte delle profezie di Gesù e degli apostoli.

A mio parere, il carattere di "segno" di questa realtà fa parte della "particolare" rivelazione di Dio al mondo mediante Israele. Possiamo designare questa particolarità con l’aggettivo "carnale". Mentre nella Chiesa dei Gentili la rivelazione di Dio è di tipo "spirituale", Dio mediante Israele si rivela al mondo in modo "carnale". Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che Dio nella rivelazione di Sé al mondo mediante Israele si manifesta non solo attraverso manifestazioni "spirituali" come potrebbe essere una celebrazione Eucaristica o il Battesimo, in cui ciò che è terreno è ridotto al minimo e chiaramente ridotto a "simbolo" di una realtà spirituale soggiacente, ma attraverso realtà macroscopiche che fanno parte della vita carnale e temporale degli uomini in terra, come sarebbe l’occupazione di un territorio come propria patria.

Fin dall’origine agli occhi degli abitanti della Terra santa, al tempo di Giosué, l’occupazione di quella terra da parte di Giosuè e la distruzione del loro potere su di essa fu un grande segno "carnale" della Regalità del Dio d’Israele su tutti i popoli della terra.  Dopo 20 secoli dopo Cristo questo significato rimane intatto, se leggiamo il ritorno degli Ebrei in Terra santa come loro patria alla luce delle Scritture. E’ un "segno politico" e quindi "carnale" del Dio d’Israele come Re delle nazioni della terra, verità biblica che ha conseguenze e manifestazioni ben al di là dell’evento di Israele che prende possesso della sua terra dopo tanti secoli che ne era stata cacciata. L’umanità di oggi, così secolarizzata e priva di fede biblica, non era assolutamente preparata a questa rivelazione "carnale" di Dio, perché il dogma di fede circa la Suprema Autorità e Regalità di Dio su tutte le nazioni e su tutti i luoghi della terra è uno dei più misconosciuti dall’attuale cultura secolarizzata dei popoli,  combattuta dell’Illuminismo francese, da cui gli attuali Stati Occidentali a regime laico-democratico a-religioso, in cui non si riconosce minimamente uno dei titoli più grandi del Dio d’Israele e della Chiesa, quello di essere "Re dei re" e "Signore dei signori", titolo che è anche del Messia di Dio, Gesù Cristo, secondo la visione di Giovanni nell’Apocalisse (Ap 20,16). La Chiesa dal canto suo celebra una festa liturgica ogni anno, in cui innalza Gesù Messia come "Re universale" nell’indifferenza totale degli Stati e di quanti governano le nazioni verso questo titolo di Gesù.

La storia dirà quale "particolare" rivelazione di Dio è legata al ritorno di Israele in Terra santa, quale parte del Disegno di Dio sulle nazioni questo mistero realizza.  Non siamo in grado di comprenderlo del tutto, perché siamo solo all’inizio di un’opera di Dio riguardante tutto Israele nella totalità delle sue dimensioni che è appena all’inizio. Sappiamo comunque che l’Israele degli ultimi tempi prenderà sempre più l’aspetto di Giovanni Battista che annunzia l’ultima venuta di Cristo nella gloria e sarà come centro di illuminazione nuovo per le nazioni della terra, perché da Israele risplenderà in modo nuovo ed inaudito la presenza del Messia di Dio, che le nazioni della terra hanno rifiutato.

IV Punto: Sul Sionismo cristiano e sulle benedizioni "da" Israele e "per" Israele

Tocchiamo uno dei punti più controversi della questione intorno a Israele, in cui è coinvolta la posizione di Ariel. Nel mio scritto io sottolineo come il Sionismo cristiano di questi ultimi tempi ha sconfinato in una sorta di "divina ideologia" nei confronti di Israele o "idolatria di Israele" in quanto Israele nel Sionismo cristiano sostituisce il Messia come centro delle benedizioni che Dio effonde sulle nazioni a partire d Israele. Ariel sostiene che questo mio modo di giudicare il Sionismo cristiano è esagerato e che sono ben pochi gli evangelici di sua conoscenza che lo sostengono. Dice Ariel:

However, I wonder whether his description of the "divine ideology" is really accurate, or whether it is not perhaps a bit exaggerated - and almost a caricature of Christian Zionism... True, there are some fundamentalist groups that tend to overly idealize Israel, but I must say that in my many years of contact with evangelical supporters of Israel, I do not recall having met - not even once! - a Christian Zionist who viewed Israel's rejection of the Messiah as "a small venial sin, which does no great harm to Israel." Perhaps I am wrong, but ןt seems to me, rather, that the overwhelming majority of Christian friends of Israel (or at least those who have not lost their faith by embracing dual-covenant theology) understand well the gravity of Israel's rejection of Messiah".

Qui è necessario che esprima meglio il mio pensiero, che ho presentato in modo troppo sommario e sintetico.

Prima di tutto, per comprendere meglio questa questione, è necessaria una distinzione da fare tra "giudizio teologale" e "giudizio politico". In questa materia, nel campo dei sostenitori del diritto di Israele del possesso della Terra santa sono di fondamentale importanza i "giudizi teologali" e meno i "giudizi politici". Nel campo degli avversarsi di Israele, invece, non c’è alcuna attenzione ai "giudizi teologali", giudicati o senza alcun valore di verità, anche se sono nella Scrittura, o come interpretati male né aventi importanza per giudicare eventi esclusivamente politici, che andrebbero giudicati solo con "giudizi politici".

Che cosa sono i "giudizi teologali"? Sono quei giudizi con cui si cerca di cogliere il Disegno di Dio che si attua nelle vicende umane. Così quando diciamo che lo Tsumani è stato un castigo di Dio per i peccati degli uomini, esprimiamo un "giudizio teologale" su questo evento, che ordinariamente viene giudicato solo con "giudizi sismici". Giudicare il ritorno della Terra santa ad Israele come sua patria come voluto da Dio in realizzazione di oracoli biblici, che parlano di questo ritorno, è esprimere un "giudizio teologale" su questo evento. "Giudizio politico", invece, è considerare questo fatto solo per gli aspetti umani, che lo hanno realizzato.

Ora nel Sionismo cristiano, di cui Ariel è un esponente equilibrato, i "giudizi teologali" su questo evento abbondano. Ariel stesso ha fatto un lungo studio che raccoglie tutti gli oracoli biblici, che parlano del’irrevocabile promessa di Dio a Israele di farlo abitare nella sua terra come segno di benedizione divina. Io personalmente sono sulla linea di Ariel, in quanto credente nella Scrittura come Parola di Dio e veramente credo che nella storia si realizza ciò che Dio dice. Questi "giudizi teologali" sono del tutto assenti in chi parla contro il Sionismo cristiano e qua ci troviamo ad una paurosa misconoscenza della Scrittura come libro di profezie storiche, che annunzia i giudizi di Dio nella storia dei popoli e dei singoli.

Bisogna comprendere il motivo di questo rifiuto dei "giudizi teologali" attinenti il possesso della Terra santa da parte dei suoi avversari. Uno dei motivi mi sembra essere questo: poiché la conquista della Terra santa da parte di Israele e il mantenimento di questo possesso sono avvenuti e avvengono mediante una serie di ingiustizie e soprusi di Israele verso i Palestinesi, è impossibile – dicono questi - che dietro questo possesso ci possa essere il Dio della giustizia e della pace tra tutti i popoli della terra. Dio sarebbe allora dalla parte degli ingiusti.

Questo motivo è serio e non va bypassato da parte dei sostenitori del diritto divino d’Israele di possedere la Terra santa. Come rispondere a questa obiezione?

La risposta è semplice. Il modo con cui Dio realizza nella storia i suoi disegni non toglie agli uomini le loro responsabilità etiche, quando attraverso le loro azioni buone o cattive questi piani si realizzano. Così noi cristiani siamo convinti che nella morte in croce di Gesù si è realizzato un Disegno di Dio; ciò non toglie la responsabilità etica della morte di Gesù da parte di Ponzio Pilato e dei Giudei che gli hanno chiesto la sua crocifissione. Allo stesso modo l’esilio di Israele in Babilonia al tempo di Geremia profeta fu un volontà di Dio, ma questa si realizzò storicamente attraverso il dittatoriale e estremamente violento intervento di Babilonia su Israele, di cui Babilonia si portò la responsabilità davanti a Dio. Nella Scrittura inoltre ci sono anche un’altra serie di casi, più difficili a spiegarsi secondo le norme della giustizia internazionale moderna dei popoli. Porto come esempio la conquista della Terra santa da parte di Giosué la prima volta, che avvenne in modo violento e apparentemente con ingiusta azione perpetrata direttamente da Dio contro i popoli che l’occupavano. Dobbiamo pensare però che qua e in casi simili Dio agisce in terra da sovrano e giudice di tutte le nazioni della terra e il suo intervento contro i popoli della Terra santa di quel tempo fu un Suo giudizio diretto contro il loro costumi idolatrici così come Dio mandò Israele in esilio dalla Terra santa per gli stessi motivi, per l’idolatria che aveva continuato a praticare in essa contrariamente a quanto gli aveva proibito.

Questa risposta mette assieme Disegno divino e politica umana con le sue qualità buone o cattive. Così, a mio giudizio, "giudizi teologali" e "giudizi politici" dicono entrambi le verità: i "giudizi teologali" danno ragione ai Sionisti cristiani che vedono una volontà di Dio che Israele occupi la Terra santa, perché ciò realizza la Scrittura; i "giudizi politici" possono dar ragione a quanti vedono nel comportamento di Israele un’ingiustizia nel modo come ha iniziato a conquistare la Terra santa e anche ora ne detiene il dominio. Comunque in modo politicamente corretto o scorretto, il fatto che Israele sia nella Terra santa realizza il Disegno di Dio su di lui nel tempo presente e questo giudizio è incontestabile a livello di "giudizio teologale",  così come un giudizio politico sullo Stato d’Israele potrebbe rilevare colpe reali di Israele contro i Palestinesi.

Ariel, a mio parere, afferma la stessa cosa che dico io, quando fa la distinzione tra Israele come Nazione e Israele come Stato. I "giudizi teologali", che riguardano il possesso della Terra santa, riguardano Israele come Nazione, mentre i "giudizi politici" riguardano Israele come Stato, di cui non ci sono profezie a proposito, anche se Dio volendo che Israele come Nazione abiti in Terra santi, vuole altresì che ci sia anche uno Stato, ma su che tipo di Stato Dio non si pronunzia nella Sacra Scrittura.

Faccio ora notare che gran parte dell’atteggiamento del Sionismo cristiano più acceso a favore d’Israele e contro il mondo arabo nasce dal fatto che nell’opinione pubblica mondiale si condannano soprattutto le "male azioni" di Israele contro i Palestinesi o contro gli Stati vicini (Iraq e Libano soprattutto) e si sottovaluta l’odio del mondo arabo contro Israele, che vorrebbe distruggere del tutto Israele e la sua presenza in Terra santa. A mio giudizio, vi è una parte di verità in questo atteggiamento del Sionismo cristiano, perché la soluzione pacifica del conflitto è esasperata dall’odio contro Israele e contro gli Stati Uniti, che sembra far parte del DNA arabo musulmano. Questo odio si è manifestato nelle forme efferate del terrorismo islamico e porta a fallimento ogni tentativo di buona volontà del Governo d’Israele di trovare vie di pace con i Palestinesi. Insomma le pecorelle palestinesi, sbranate dai lupi israeliani, non sono poi tanto "pecorelle", ma a volte si manifestano più feroci dei lupi israeliani. Così il conflitto Israele-Palestinesi si rivela essere un conflitto tra due branchi di lupi, di cui ciascuno cerca di vincere l’altro, mostrando una ferocia più grande. Se questa è la situazione, vediamo come sono problematici i "giudizi politici" in questo campo perché una volta ha ragione una parte e un’altra volta l’altra. L’esagerazione, in cui cadono i Sionisti cristiani estremi, è che Israele ha sempre ragione e gli arabi musulmani hanno sempre torto in virtù della benedizione di Dio che poggia solo su Israele e non sugli arabi. Si mescolano così "giudizi teologali" a sostegno di eventi politici, che vanno giudicati con "giudizi politici" e non con "giudizi teologali".

Quindi i "giudizi teologali" con cui il Sionismo cristiano giustifica l’occupazione della Terra santa da parte di Israele, non sostituiscono i "giudizi politici" circa la rettitudine del comportamento d’Israele contro i Palestinesi. La confusione tra questi due tipi di giudizi snatura sia la verità dei "giudizi teologali", che pure in questa vicenda ci sono e sono veri, sia la verità dei "giudizi politici", che pure è necessario emettere in questa vicenda cercando di cogliere la verità delle responsabilità politiche. I giudizi teologali su Israele in Terra santa non sacralizzano ogni azione dello Stato d’Israele in campo politico, che rimangono "atti politici", che possono essere più o meno giusti non solo davanti agli uomini, ma davanti a Dio.

Ritornando al Sionismo cristiano estremo, Ariel sembra minimizzarlo, mentre la realtà non è così, perché questo Sionismo cristiano estremista ha avuto una manifestazione macroscopica negli ultimi due decenni intorno al pastore evangelico John Hagee e il Movimento CUFI (Christians United for Israel), che è riuscito a coinvolgere milioni e milioni di evangelici degli Stati Uniti a favore di Israele e contro il mondo arabo, influenzando fortemente la politica americana a favore d’Israele. Io ho letto il letto di Hagee dove esprime le sue idee fondamentali, dal titolo (in italiano): L’ultima alba a Gerusalemme (Final Dawn over Jerusalem), e, pur condividendo con lui il "giudizio teologale" su Israele in terra santa come adempimento di promesse bibliche, ho trovato completamente deviata e fuori della verità biblica la costruzione che Hagee fa circa coloro che benedicono Israele e coloro che lo maledicono. Nella posizione di Hagee si realizza proprio ciò che dicevo nel mio precedente scritto sul fatto che in questo Sionismo cristiano estremo Israele e Gerusalemme sostituiscono il Messia come strumenti delle benedizioni di Dio, che è come se noi cattolici sostituissimo la Madonna al posto di Gesù Cristo come strumento delle benedizioni salvifiche di Dio.

La posizione di Ariel, che distingue e mette assieme due generi di benedizioni attraverso Israele, l’una "minore",  che viene da Israele e Gerusalemme, l’altra "maggiore", che viene dal Messia, mi sembra più equilibrata e veritiera. E’ come le benedizioni di Dio che vengono a noi cattolici non solo dal culto di Gesù Cristo, ma anche dal culto della Madonna e dei Santi. Entrambi i culti sono vie di benedizioni divine, anche se la benedizione attraverso il culto dei Santi è sotto la signoria di Cristo e finalizzata alla benedizione che viene dal Messia mediante il suo culto diretto e del tutto principale.

In Hagee, invece, si sottolinea del tutto solo la benedizione che viene sulle nazioni, se benedicono Israele e Gerusalemme  e non si parla minimamente delle benedizioni o maledizioni, che cadono sugli uomini, senza distinzione tra Gentili ed Ebrei, a causa dell’accoglienza o rifiuto del Messia.   Non è più Gesù la pietra di scandalo, posta da Dio nel mondo, ma Israele in se stesso, senza relazione al Messia. Anche se Hagee da buon evangelico stravede per Gesù Cristo e sa bene che la salvezza viene da Lui, non dice una sola parola sulla maledizione su di sé che gli Ebrei si sono attirati come popolo, non tanto perché hanno ucciso il Messia (questa è stata opera solo di pochi), ma perché come popolo non l’hanno accolto. Quest’atteggiamento significa voler cancellare dalla Sacra Scrittura pagine e pagine dedicate alla tragedia del rifiuto del Messia da parte d’Israele e sulle sue conseguenze.  

Inoltre Hagee commette altri due errori teologici gravissimi.

Primo errore: cade in una forma moderna di Messianismo politico nei confronti del Messia, presente anche al tempo di Gesù, in quanto considera l’accoglienza di Gesù come Messia soltanto nel momento finale del ritorno glorioso di Gesù in Gerusalemme come Re che sbaraglia tutti i nemici politici d’Israele e instaura il "millennio" in terra, in cui Gerusalemme diventerà la capitale tutta d’oro di un regno politico e terreno del Messia, che durerà per mille anni. Sono sogni e illusioni, che non realizzeranno mai, perché i "giudizi teologali" della Scrittura sono tutt’altro. In altre parole Hagee bypassa del tutto l’accoglienza da parte di tutto Israele del Messia sofferente e crocifisso, in cui c’è la salvezza, vale a dire il Messianismo spirituale di Gesù, così come lo hanno dovuto accogliere i popoli pagani per essere salvati. Ora la Scrittura dice che "tutto Israele" sarà salvato, prima del ritorno glorioso del Messia come Re dei Re e Giudice universale, e la salvezza di Israele implica l’accoglienza del Messia crocifisso e, quindi, del Messianismo spirituale, che non ha nessun risvolto politico. Di questo Messianismo rivolto a Israele perché riceva le benedizioni dal suo Dio, Hagee non ne parla affatto.

E’ facile pensare che Hagee abbracci la teoria delle due alleanze, per cui Israele non ha bisogno di essere salvato dal Messianismo crocifisso di Gesù, perché si salva attraverso la Legge, e sta solo in attesa della manifestazione del Messianismo regale di Gesù in forma terrena e politica, peraltro, e non nella forma escatologica nell’ultimo giorno della storia. Non sono certo se Hagee è uno dei fautori delle due vie di salvezza, una per Israele, l’altra per i Gentili, ma tutto il suo pensiero lo fa pensare.

Secondo errore. L’altro errore teologico macroscopico di Hagee è nell’interpretazione molto libera del profetismo escatologico riguardante gli ultimi tempi, in cui vede concentrato tutto intorno a Israele e alla posizione dei popoli a favore o contro Israele. Cade in quella forma di "particolarismo ebraico", tipico di una certa mentalità ebrea, che vede Dio ruotare soltanto intorno a Israele e non gli importa granché delle nazioni della terra. La verità, invece, è che il Dio d’Israele in Cristo è diventato allo stesso modo il Dio delle nazioni e che la Buona Notizia del Vangelo parla di un Dio che ama l’umanità, in qualsiasi carne si presenta, allo stesso modo. E’ il Padre "nostro", che sta nei cieli, che Gentili ed Ebrei invocano allo stesso modo e si sentono amati da Lui allo stesso modo. Questa aura altamente spirituale manca completamente nel pensiero di Hagee, perché al centro del suo pensiero non c’è il Padre e il suo Disegno salvifico per tutti i popoli, ma Israele. In verità, se nel Disegno del Padre qualche parte ha un privilegio rispetto alle altre, è soltanto perché da quella posizione privilegiata il favore di Dio si riversa maggiormente sulle altre parti e tutti siano ricolmati della pienezza di Dio. Questo è il Dio della Scrittura, non il Dio di Hagee. Paolo contempla il mistero d’Israele nel Disegno di Dio come una chiamata ad essere strumento di benedizione per tutti i popoli della terra, non di distruzione, ma questa vocazione si realizza solo attraverso un Israele strettamente unito al Messia; altrimenti si compirà solo attraverso il Messia, che ricapitola in sé la vocazione più pura di tutto Israele. Che poi il Messia diventi pietra di scandalo per le nazioni, che, rifiutandolo, si escludono dalla salvezza, questo fatto vale anche per Israele, che la prima volta ha inciampato nel Suo Messia, ma alla fine dei tempi si risolleverà dalla incredulità protratta per secoli e si edificherà sulla pietra che all’inizio ha scartato.

Mi fermo qui nella critica a Hagee e al Sionismo cristiano estremista sorto intorno a lui. Se in forma molto sintetica ho parlato contro il Sionismo cristiano, è perché avevo presente posizioni come quella di Hagee, che ho visto presenti in alcuni discorsi fatti da aderenti a questa corrente, davanti a cui il giudizio che mi veniva spontaneo da formulare era che stavo davanti ad una "idolatria di Israele", in cui Israele sostituiva il ruolo del Messia come strumento di benedizione da parte di Dio per le nazioni e che Israele non aveva più bisogno di essere benedetto da Dio mediante il Messia, perché, nonostante che l’avesse respinto, continuava ad essere strumento di benedizione. E’ vero che poi con la teologia della sostituzione s’è passato alla posizione all’opposto di quella di Hagee, che considera Israele, che ha rifiutato il Messia, privo di ogni genere di benedizione da parte di Dio e del tutto maledetto. Oggi, con una visione più equilibrata, rigettando la teologia della sostituzione, si può affermare che Israele, anche rifiutando il Messia, ha conservato alcune benedizioni di Dio su di sé in vista del ritorno finale al Messia. La posizione di Hagee e del Sionismo cristiano estremista enfatizza a tal punto queste benedizioni su Israele, anche senza il Messia, da misconoscere lo stato reale di indigenza spirituale di Israele, perché non ha in sé il Messia, e di proporre alle nazioni che se vogliono ricevere benedizioni di Dio, devono appoggiare indiscriminatamente Israele non solo per le sue caratteristiche divine, ma anche per le sue conquiste politiche, perché esse sono nella volontà di Dio. La rovina delle nazioni occidentali, oggi, è grande e le benedizioni divine scarseggiano su di esse, ma non perché non benedicono Israele, ma perché in Europa e in mezzo alle nazioni cristiane è sorta la Grande Apostasia dalla fede nel Messia, e quindi le nazioni dei Gentili si sono ridotte in uno stato ancora più miserando di Israele a causa del rifiuto del Messia. L’ammonizione di Paolo ai Gentili (Rm 11,16-24) di non insuperbirsi per la caduta di Israele è stata disattesa. Le nazioni non hanno perseverato nella fede, l’hanno invece rigettata e combattuta fino agli orrori del Comunismo ed hanno sperimentato quanto Geremia annunziò a Israele infedele: "La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio, e non avere più timore di me. Oracolo del Signore degli eserciti" (Ger 2,19).

La posizione estrema di Hagee a favore di Israele è il controbilanciamento a 180° della posizione assunta contro Israele dalla Chiesa e dalla teologia della sostituzione e, come è errata la teologia della sostituzione, altrettanto è errato il "Sionismo cristiano estremista".

Si tratta quindi di assumere una posizione intermedia, che accolga in sé tutti i veri "giudizi teologici" sulla vera situazione spirituale di Israele in sé e nei confronti delle nazioni e sul suo cammino nella storia, in cui si adempie il Disegno di Dio su Israele.   

Nel 2006 il patriarca cattolico di Gerusalemme, Michael Sabbah, insieme ad altri rappresentanti delle Chiese cristiane storiche di Terra santa, hanno condannato in un documento il Sionismo cristiano estremo che si ispira alle idee di John Hagee, o di altra provenienza. Purtroppo, secondo il mio giudizio, in questo documento dei vescovi si parla contro la pretesa di coloro che vogliono trovare nella Scrittura il diritto divino di Israele ad abitare nella loro terra. Non sono d’accordo con questa posizione, come ho spiegato prima, mentre sono d’accordo nella condanna della visione globale del Sionismo cristiano di Hagee, che si svolge a partire da questo punto.  

Alla luce di queste considerazioni mi sento d’accordo con il pensiero di Ariel circa la distinzione tra benedizioni "minori" per Israele e la benedizione "maggiore" per lui, che viene solo attraverso il Messia, e la finalizzazione delle prime alla seconda. E’ una posizione equilibrata, conforme alle Scritture. Voglio consigliare però ad Ariel di dire esplicitamente nel suo programma di "Sionismo cattolico mitigato", come mi sembra che sia, che prende le distanze dal Sionismo cristiano estremo di Hagee e lo rigetta esplicitamente così come rigetta ogni altra forma di Sionismo cristiano, che in altri modi è più o meno simile a quello di Hagee. Questo chiarimento gioverà perché il suo "Sionismo cattolico" non sia confuso con quello fondamentalista degli evangelici ed abbia più facile accoglienza in ambito cattolico, che è allergico, come dice lo stesso Ariel, ad ogni forma di Sionismo cristiano.  

V Punto: Sul Giudaismo Messianico di oggi

Ariel, pur apprezzando molto la venuta alla fede in Gesù di molti ebrei, che confluiscono nel Giudaismo Messianico di oggi, dichiarandosi "Ebrei Messianici", giudica questo approdo in termini negativi per due aspetti: il primo nasce dal tono anticattolico, che acquistano queste Comunità di Ebrei Messianici, influenzate dalle idee anticattoliche degli evangelici e, quindi, con tante resistenze a rivolgersi verso la Chiesa cattolica. Oltre le resistenze dovute al passato antigiudaismo della Chiesa cattolica, vi sono anche queste altre, create dagli evangelici contro la Chiesa cattolica. Ora Ariel giudica che la maggior parte degli ebrei che confluiscono nelle Comunità degli Ebrei Messianici sono di origine evangelicale e quindi con forti pregiudizi contro la Chiesa cattolica. Il secondo aspetto è questo: molti Ebrei Messianici, approdando a Gesù secondo le direttive del mondo evangelico, diventano sempre più estranei al Giudaismo originario di appartenenza così che non contribuiscono più alla permanenza del popolo ebraico in terra con la sua specifica cultura e tradizione religiosa.

Per questi motivi Ariel preferisce un approdo a Gesù da parte degli Ebrei, che prenda la forma degli Ebrei Cattolici o del Movimento Ebreo-Cattolico:

For this reason, I find it very difficult to consider Messianic Judaism in its present form as the "ideal" or "fulfilled" Israel, and I would propose instead as coming much closer to this ideal the Hebrew-Catholic or Jewish-Catholic movement.

Inoltre, più avanti Ariel dimostra una certa perplessità circa i cattolici, impegnati nel dialogo ecumenico con gli Ebrei Messianici e non solo, i quali non manifestano chiaramente la realtà effettiva del convincimento cattolico che la vera Chiesa di Gesù Cristo si trova con tutti i suoi elementi nella Chiesa cattolica. Così egli si esprime:

Here, I have noticed that Catholics who are involved in ecumenical dialogue with the Messianic Jews occasionally have a tendency to dilute the unicity and unity of the church. Without denying the great work of God in the Messianic Jewish movement and in other Christian confessions, and aware that the movement of the Holy Spirit certainly transcends the visible boundaries of the Catholic Church, we must not forget that, as the Second Vatican Council has reminded us, the Church of Christ "subsists in the Catholic Church, governed by the successor of Peter and by the bishops in communion with him," through which "the fullness of the means of salvation can be obtained" (LG 8, UR3, CCC 816). Since "the ecclesial communities which have not preserved the valid Episcopate and the genuine and integral substance of the Eucharistic mystery, are not Churches in the proper sense," it follows that "the Christian faithful are therefore not permitted to imagine that the Church of Christ is nothing more than a collection - divided, yet in some way one - of Churches and ecclesial communities" (Dominus Iesus 17).

Qual è la mia risposta? E’ triplice.

Primo. Effettivamente nel mio precedente scritto io considero solo gli Ebrei Messianici come parte di Israele che ha confluito a Gesù. Perché questo? Sono stato condizionato dal fatto che conosco molto più loro che altri ebrei, che credono in Gesù e che sono cattolici. Per questo parlo di loro come forma ideale di ritorno a Gesù che sta avvenendo oggi nel mondo giudaico. All’inizio del mio interessamento di Israele io e la Comunità di Gesù, di cui sono Assistente spirituale, organizzammo incontri di dialogo con gli Ebrei Messianici, che manifestavano un certo favore verso la Chiesa Cattolica più che per il mondo evangelico. Fra essi spiccava la figura di Benjamin Berger, uno dei padri del Movimento Messianico in Israele. In questi due ultimi anni, poi, ho avuto la grazia di conoscere da vicino Mark Kinzer, la tua teologia, la sua persona, l’ho incontrato personalmente  a Boston nel febbraio scorso, ed ho potuto constatare che la corrente Giudeo Messianica, di cui è leader indiscusso, che si chiama Hascivenu (Facci tornare), ha le due caratteristiche di cui Ariel lamenta la mancanza nel Giudaismo Messianico di origine evangelicale. Infatti Kinzer è radicalmente orientato verso l’integrale assunzione del Giudaismo antico e post-cristiano da parte del Giudaismo Messianico attuale ed è attualmente rivolto alla Chiesa cattolica, di cui Kinzer manifesta molta stima e ammirazione. Poiché questo Movimento, di cui Kinzer è leader, ha un forte impatto nel mondo Giudeo-Messianico, ho pensato che un Giudaismo Messianico simile, anche con tutte le sue mancanze ecclesiologiche, possa essere additato a modello del cammino di ritorno al Messia, che lo Spirito sta cominciando a far intraprendere a tutto Israele. Quindi, ricevendo in modo positivo l’imput di Ariel, sono disposta ad allargare ad altre forme di Giudaismo Messianico, oltre quello degli Ebrei Messianici, ciò che dico di questo modo di parlare di Israele.

Secondo. Rispondo al perché nel momento attuale del dialogo ecumenico con gli Ebrei Messianici e con il mondo protestante in genere, non c’è da parte mia una chiara affermazione sulla verità circa la Chiesa Cattolica come la completa forma della Chiesa che Gesù Cristo ha fondato. Il primo motivo è perché l’ecumenismo che porto avanti è di tipo spirituale e non dottrinale. Non si tratta di mettersi a discutere dov’è la verità completa su Cristo e sulla Chiesa, ma di unire gli spiriti dei figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo in una comunione spirituale, che ammette la presenza in quelli che si uniscono di tante deficienze nella dimensione della scienza. Anche tra noi cattolici, che pure professiamo una stessa dottrina della fede, ci sono tante ignoranze e mancanze nella scienza teologica, eppure l’Eucaristia e l’amore di Cristo ci spingono ad amarci, a stimarci a vicenda e ad accoglierci reciprocamente con tutte le nostre diversità di opinioni e debolezze nella fede (vedi Rm 14).  

Inoltre, per quanto riguarda gli Ebrei Messianici, data la novità di questo fenomeno, nell’ora attuale siamo chiamati a confrontarci per prima cosa su temi di natura strettamente teologale e, poi, in un secondo tempo affronteremo i temi di natura più ecclesiologici. Se molti cattolici non sanno niente sugli Ebrei Messianici e bisogna spiegare loro che questi credono nella Divinità di Gesù Cristo e nella SS. Trinità, come noi cattolici, si capisce che i primi temi di dialogo vertono su questi punti primari e non su questioni ecclesiologiche, che per loro natura, sono secondari rispetti al centro della fede salvifica, espressa dai due misteri principali della fede: 1. Unità e Trinità di Dio; 2. Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione del Messia di Dio, Gesù Cristo.

Riferendomi alla teologia di Kinzer, ora che egli ha espresso una proposta ecclesiologica, chiamata da lui, "ecclesiologia bilaterale", noi cattolici siamo in grado di affrontare con lui temi di dialogo più squisitamente ecclesiologico, dopo aver assodato che abbiamo la stessa fede nel Messia Gesù e nella SS. Trinità, anche se esprimiamo questa fede con accentuazioni diverse.

Terzo. Il fenomeno degli Ebrei Messianici sta diventando sempre più un fenomeno comunitario, non di singoli ebrei che accettano il Messia e poi perdono la loro identità ebraica, confluendo in qualche Chiesa cristiana. Ciò fa vedere più chiaramente in loro l’inizio di una "conversione" di tutto Israele a Gesù che non il fenomeno degli Ebrei cattolici.

VI Punto: Il programma "pro Israele" di Catholics for Israel

Nell’ultima parte della sua risposta Ariel si dilunga nell’esprimere meglio, a partire dalle mie distinzioni circa i diversi modi di intendere Israele, la sua posizione come fondatore e rappresentante del Movimento "pro Israele", chiamato "Catholics for Israel". Ciò che Ariel dice è molto importante e va preso in seria considerazione da parte della Chiesa cattolica e dai cattolici in genere. In primo luogo, perché egli è un cattolico di chiara fede cattolica, anche se è "pro Israele" in alcune posizioni in cui altri cattolici sono "contro" Israele. Si può discutere quale posizione sia "più" cattolica dell’altra, ma entrambe sono espresse da cattolici e la buona regola della carità tra fratelli nella stessa fede vuole che non ci scomunichiamo subito a vicenda, ma cerchiamo di comprendere il buono che ciascuno porta nella sua posizione.

E’ importante su questo punto quanto dice san’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi spirituali. Lo dice all’inizio. E’ un testo che Ignazio chiama "Presupposto" (in latino "Presupponendum"). Io aggiungerei: "Presupposto per un dialogo fraterno". Dice Ignazio:

Per maggiore aiuto e vantaggio, sia di chi propone sia di chi fa gli esercizi spirituali, è da presupporre che un buon cristiano deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l’affermazione di un altro. Se non può difenderla, cerchi di chiarire in che senso l’altro la intende; se la intende in modo erroneo, lo corregga benevolmente; se questo non basta, impieghi tutti i mezzi opportuni perché la intenda correttamente, e così possa salvarsi" (EE.SS. 22).

Sant’Ignazio detta questa regola di comportamento nella relazione che si instaura all’interno di un Corso di Esercizi Spirituali tra chi li dà e chi li riceve, ma questa regola è di grande importanza anche all’interno del Dialogo ecumenico tra i cristiani che hanno diverse opinioni nel campo della fede e della pratica. Alla luce di questo "Presupposto" la posizione di Ariel merita ogni rispetto e attenzione e va accolta perché incarna un tentativo felice, a mio parere, da un punto di vista cattolico, di manifestare quella vicinanza e amore per Israele che la Chiesa sta promuovendo ai nostri giorni, in cui non si separano gli aspetti temporali e spirituali, che la realtà di Israele contiene.

Inoltre, il secondo motivo di prestare grande attenzione alla posizione così chiaramente espressa da Ariel circa i propositi di Catholics for Israel è che possiamo ravvisare nel suo Movimento la presenza di un "carisma" per la Chiesa cattolica, di cui Ariel e Catholics for Israel sono portatori. Il carisma sarebbe un tentativo reale di sintesi, sempre perfezionabile, che Ariel cerca di fare,  a mio parere in modo positivo 1. tra i valori del Giudaismo  e i valori del Cristianesimo, 2. tra una visione biblica di Israele, ereditata dal passato, e la realtà presente di Israele come Stato coinvolto in molti problemi politici 3. tra la sua attenzione al Movimento Giudeo-Messianico attuale e il suo voler proporre a questo Movimento l’orientamento verso la Chiesa cattolica, in cui soltanto può trovare la pienezza dei beni messianici.  

Dopo aver letto attentamente il programma di Catholics for Israel, così ampiamente esposto in tutti i suoi aspetti, da parte mia mi sembra di poter dare questo giudizio. E’ evidente in esso lo spirito cattolico di completezza ed equilibrio che lo anima in tutte le sue parti, che si armonizzano bene tra loro. Evitando con molta saggezza gli estremismi in cui un programma "a favore" di Israele potrebbe essere esposto, Ariel focalizza maggiormente l’aspetto religioso che fa parte dell’eredità di Israele, condivisa dalla Chiesa dei credenti in Gesù del mondo Gentile. Nell’impegnarsi a favore di Israele nelle questioni politiche, entrando in un terreno più contingente e discutibile, assume una posizione, che, anche se non viene condivisa, non può essere accusata di "fondamentalismo ebreo", perché è moderata e ben fondata a livello di ragione, in quanto mette in evidenza che contro Israele vi è effettivamente un odio reale da parte del mondo arabo, che Israele sente a fior di pelle, mentre i cristiani "contro Israele" in politica non valutano appieno quanto sia nocivo questo odio per la pace politica tra Israele e Palestinesi.  A me sembra quindi di ravvisare in Ariel un carisma di intelligenza spirituale circa i rapporti tra Giudaismo e Cristianità nell’ora attuale. Naturalmente si sono alcune cose da migliorare e intendere meglio, ma ciò non toglie la bontà di fondo del programma che Ariel esprime in Catholics for Israel.

Quanto scrive Ariel in questo programma va visto in relazione anche con quanto ha scritto in Elephants in the Room. Qui la nota polemica contro l’atteggiamento concreto della Chiesa cattolica in Terra d’Israele è fortemente presente e difficilmente si riesce a separare ciò che riguarda posizioni contingenti, legate ai fatti concreti che si stanno svolgendo, dai principi che ispirano queste posizioni. Comunque le posizioni che Ariel esprime come cattolico, anche se contrarie ad altre posizioni espresse da altri cattolici, pur eminenti come vescovi, sono espresse con rispetto dell’autorità della Chiesa, nella libertà di opinione in quanto la materia trattata è materia opinabile e non-dogmatica,  e sostenute con ragioni improntate a validi motivi, che non possono essere rifiutate con superficiali giudizi, dicendo che sono opinioni "conservatrici", "fondamentaliste"  e "pro-Israele", e quindi "false ed erronee" per principio, perché per certi cattolici tutto ciò che sa di conservazione di tradizione biblica, di fondamentalismo e di pro-Israele è immediatamente bollato come erroneo e superate. C’è veramente da chiedersi dove sta veramente l’atteggiamento cattolico, che fa di un cattolico un vero cattolico, al di là dei titoli che porta. In questo atteggiamento il "Presupposto" di sant’Ignazio è completamente messo da parte.

Per ultimo, mi sembra importante dire che il programma di Ariel realizza in molti aspetti ciò che il Concilio Vaticano II ha scritto e prescritto perché la Chiesa cattolica ritorni ad essere "pro Israele" almeno in campo religioso e volga il suo sguardo verso Israele, non solo per comunicare a lui il Messia, ma per imparare da lui e dalla sua tradizione di pietà religiosa e di ascolto secolare della Legge data a Mosé. In alcune sue posizioni Catholics for Israel è più audace del Magistero della Chiesa e anticipa profeticamente "giudizi teologali" su Israele che ancora la Chiesa non ha dato come quello riguardante l’adempimento delle profezie bibliche nel ritorno di Israele in Terra santa. Queste posizioni più avanzate fanno parte della profezia propria di Catholics for Israel in ambito cattolico, di cui si deve prendere tutta la responsabilità, non aspettandosi che queste sue posizioni siano condivise dal più vasto pubblico cattolico.  

Concludo dicendo che questo mio studio su Israele, la Chiesa e il mondo, stimolato dalle risposte di Ariel ai miei lavori, mi ha portato ad una intelligenza più piena sul mistero di Dio, equivalente al Disegno di Dio che si realizza nella storia, per cui mi è sembrato doveroso condividere con i  miei fratelli nella fede queste riflessioni. A lode e gloria della SS. Trinità, fonte unica di ogni sapienza per i cristiani.