CHI SEI TU, ISRAELE, FRATELLO MIO?

Ogni volta che mi si chiede di parlare d’Israele, cosa che avviene abbastanza spesso, mi sento all’improvviso come sopraffatta dall’enormità e dalla complessità dell’argomento. Allora, con semplicità, cerco, assieme ai miei interlocutori, di guardare ad Israele in 3 “tempi”: l’Israele del passato, quella di oggi e quella che sarà nella speranza dei tempi futuri. Queste righe non hanno affatto la pretesa di essere una riflessione teologica o una ricerca storica e ancor meno pensano di poter  essere esaustive su un argomento che finiscono solo per toccare. Il mio desiderio, mettendo tutto ciò per iscritto, è piuttosto di condividere con tanti amici, un’esperienza vissuta nel cuore di Gerusalemme, nella meditazione e nell’accoglienza.

Il tuo nome sarà Israele

Rina GeftmanPersino il nome “Israele” ci pone delle domande sin dall’inizio. I nomi rivestono una grande importanza nel mondo semitico; rivelano l’identità, la vocazione, addirittura l’evoluzione di un uomo o di un luogo. Tra tutte le etimologie ne prenderò in considerazione solo 2. La prima è quella che ci offre la Bibbia: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto.» (Genesi: 32, 29). La seconda deriva invece dalla tradizione ebraica e assimila Israele a “Ieshar El” (dritto davanti a Dio), mentre il nome di Giacobbe ha un significato esattamente opposto: astuto, ambiguo. D’altro canto questo nuovo nome “IsraEL” è un nome teoforico  ed è il risultato di una lunga lotta notturna, lotta con Dio e con l’uomo. Sebbene vincitore, Israele è ferito all’anca e rimane zoppo. Ma egli è così  passato attraverso il Penuel, ha cioè visto Dio faccia a faccia e da quel momento porta il Suo Nome in lui (Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel «Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» - Genesi 32:31).

Questo nome nuovo sarà l’eredità dei suoi figli che, quando formeranno un popolo nella fornace del Sinai, non avranno altro nome se non quello di “Bnei Israel” (i figli di Israele). E’ sotto questo nome che Dio li interpella attraverso i secoli e che chiede loro di mettersi in ascolto: “Shema Israel!”. Il loro destino, nel corso dei secoli, assomiglia incredibilmente a quello del loro patriarca Giacobbe: luce e tenebre, esilio e ritorno, solitudine e lotta, un lungo combattimento notturno che terminerà solo alla luce dell’alba del giorno che non conosce tramonto.

Ma chi è oggi Israele? Questo nome ha attraversato i secoli, ha conosciuto la gloria e le più terribili tribolazioni. Esso s’identifica con una realtà complessa e si situa su diversi livelli; uno sguardo rapido e superficiale non svela che una piccola parte di esso e lascia spazio forzatamente a delle ambiguità. In realtà un storico, un esegeta o un archeologo potrebbero  descrivere la storia antica d’Israele, esplorare le profondità della narrazione biblica e quelle della sua terra, ma le loro scoperte e conclusioni non potrebbero mai rispondere alla nostra domanda: CHI è Israele? E’ anche possibile studiare le migrazioni e le diverse diaspore vissute dal popolo ebraico sulla faccia della terra e contemporaneamente analizzare il suo pensiero religioso. Potremmo anche fornire della statistiche dettagliate sullo Stato d’Israele e narrare la sua storia, breve, ma già così piena di lotte; ognuno di questi aspetti è Israele, ma solo parzialmente. E’ necessario metterli insieme, fonderli per dare loro una dimensione insieme terrena e  metafisica. Bisogna individuare il “filo rosso”(1) che li unisce, li tesse insieme. Un filo che non ha ancora terminato di essere dipanato: il suo inizio e la sua fine sono nelle mani di Dio.

Seguendo il percorso di questo filo rosso, ci si rende conto che seguiamo lo svelarsi del “mistero d’Israele”, un’affermazione che a volte disgusta i nostri fratelli ebrei e che non è sempre capita dai nostri fratelli cristiani. E’ un’affermazione paolina; lasciamo dunque parlare l’Apostolo, che ci chiarisce così il suo significato: “Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l'indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti” (Romani 11: 25). Si tratta quindi del progetto eterno di Dio che abbraccia insieme pagani ed ebrei, un progetto nascosto agli uomini e rivelato nel Cristo.

Tutto quello che noi sappiamo sul cammino doloroso del popolo ebraico, sulle persecuzioni subite, sui pregiudizi che ancora lo circondano, ci mostra che, se questo progetto è rivelato nel Cristo, esso resta ancora  celato alla stragrande maggioranza dei cristiani. Solo a poco a poco questo velo sarà tolto e lo Spirito lo scosterà non tanto  dagli occhi de “i saggi”, quanto piuttosto dei piccoli, degli umili, di coloro che posseggono un cuore aperto e pronto.

Noi potremmo forse chiedere allo Spirito Santo di illuminare il nostro sguardo, affinché possiamo rivolgere lo sguardo al  nostro fratello ebreo illuminato dalla Sua luce. Scopriremmo così che il mistero d’Israele è il mistero della fedeltà di Dio al suo “primo amore”. Quando Israele pecca, Dio lo punisce, ma non gli sottrae mai il suo favore. Instancabilmente, senza sosta, dice al Suo popolo attraverso le parole di Geremia:  “Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti dopo averlo minacciato, me ne ricordo sempre più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza”. (Geremia 31:20).

Figlio dell’uomo, che vedi?

Ci sono diversi modi di guardare e quindi di vedere Israele. Il nostro occhio, finestra dell’anima, coglierà, secondo la luce che l’abita, delle immagini molto differenti.

Lo sguardo archeologico

Parlerò anzitutto, e molto brevemente, di questo sguardo, che potremmo definire “archeologico”. Israele appartiene al passato e per conoscere questo passato, in tutti le sue diverse sfaccettature, non è risparmiato alcuno sforzo. D’altro canto ci si disinteressa completamente dell’ebreo di oggi,  delle sue aspirazioni e di come oggi lui stesso affermi la propria identità. Appare come una nozione anacronistica, il sopravvissuto di una specie scomparsa, una specie di fossile; non importa chi sia oggi, ma quello che è stato. E’ per esempio tipico delle note della Bibbia parlare spesso al passato: “gli Ebrei celebravano la Pasqua, gli ebrei pregavano..”

Lo sguardo politico

Lo sguardo politico è quello soprattutto tipico di una certa ala della sinistra, cosiddetta progressista, della Chiesa. Questi cristiani, per lo più generosi e sinceri, reagendo contro le politiche di possesso e di insediamento, sono per principio dalla parte dei poveri e degli oppressi. Se volessimo psicoanalizzare le loro motivazioni, constateremmo che molto spesso sono il risultato di una cattiva “coscienza nazionale”. Per esempio, in Francia, ci ricordiamo della guerra d’Algeria e per voler rimediare al passato trasferiamo il problema “Francia-Algeria” alla situazione “Israele-Palestina”, senza renderci conto che si tratta di due realtà completamente diverse. Si è giustamente addolorati per la tragica sorte dei rifugiati arabi ma non si ricercano le reali motivazioni di come ciò sia accaduto e si dimenticano tutti le altre migrazioni di popoli che hanno trovato, poco a poco, una soluzione (2). Nel nome di una carità distorta, questi cristiani dimenticano la giustizia che ci invita a “non soltanto a non avvantaggiare il potente, ma anche non favorire il debole e a giudicare con giustizia” (Levitico 19:15). Chi è potente e chi è debole? Chi è ricco e chi povero? Chi può fissare le norme nel mondo così fluttuante di oggi, vacillante sin dalle sue origini? Cerchiamo perciò semplicemente di essere giusti e se abbiamo preso a cuore la causa palestinese, è necessario essere anche così violentemente e ciecamente CONTRO Israele? Non potremmo essere “per” senza essere automaticamente “contro”, nel momento in cui abbiamo a che fare con degli esseri umani? Non ci è forse chiesto di aprire il nostro cuore ad una compassione universale anche a costo di soffrire una terribile lacerazione per essere nel mezzo, tra 2 giustizie apparentemente contraddittorie? Lo sguardo politico di cui parliamo è privo di tenerezza, al contrario, è duro e tagliente. E’ uno sguardo che non eleva mai, perché evita assolutamente di mescolare il piano politico con quello religioso... Cosa che è praticamente impossibile per un’entità così complessa come Israele.

Per questa categoria di cristiani, gli ebrei di oggi non hanno nulla che vedere con l’antico popolo della Bibbia, perché sarebbero in parte costituiti dai convertiti venuti dalle nazioni… Che vengono a fare perciò, su questa terra abitata, secondo loro, dagli arabi da tempo immemorabile? Arrivano a confondere cananei e arabi, filistei e palestinesi. Sarebbe sufficiente studiare con obiettività la storia del Medio Oriente per vedere che i fatti sono totalmente di altro tipo (3). Inoltre, appartenere al popolo ebraico non è una questione di razza: questa è un’argomentazione che ricorda sinistramente il nazismo. Essere parte del popolo ebraico vuol dire sentirsi partecipi di un destino comune. L’ebreo è colui che fa memoria dell’uscita dall’Egitto e la rende attuale per ogni generazione. Egli è l’uomo del passaggio dall’oppressione alla liberazione, così, anche tra le peggiori sofferenze, il dinamismo della vita e la speranza non lo abbandonano mai.

Presentato in un falso contesto, il ritorno degli ebrei alla Terra d’Israele appare ad alcuni come un accidente passeggero che non ha alcun significato teologico e, ancor meno, escatologico. Dio è così messo alla porta di una storia che si svolge sotto i suoi occhi.

Ma c’è di più. Se anche volessimo fare un’analisi politica pura e semplice della questione, anche questo sarebbe già un passo verso la giusta direzione perché, dopo tutto, lo Stato d’Israele è stato legalmente costituito per una decisione delle Nazioni Unite, e gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e la Francia sono stati i primi a riconoscerla. Bisognerebbe dunque applicare ad Israele le norme di giudizio utilizzate per gli altri giovani Stati: e qui il dente duole. Questo Stato, creato nel 1948 (e che non avrebbe nessun legame con l’antico popolo della Bibbia e quindi nessun obbligo etico speciale), deve continuamente dare prova, in tutte le sue azioni, di una giustizia, di una generosità  e di uno spirito di rinuncia ai propri interessi e alla propria sicurezza, tali come non sono mai stati richiesti  ad alcun altro Stato (di tradizione cristiana, per esempio). Qualunque evento che accade in questo angolo del mondo provoca delle eco nel mondo intero; chiunque si arroga il diritto di intervenire nei loro affari, per giudicare, rimproverare, condannare. Si grida allo scandalo per un asino che ha brucato un po’ d’erba e si tace di fronte a dei veri atti di genocidio in Cambogia, Viet-Nam, Uganda e, vicino a noi, in Libano dove le vittime sono cristiani. Forse riflettendo su questi paradossi, alcuni cristiani potrebbero giungere ad avere una visione più corretta di questo problema così complesso.

Lo sguardo trionfalista

C’è un altro modo di considerare Israele, tra gli altri, che chiamerei “trionfalista”. Fortunatamente questa tendenza al trionfalismo è scomparsa a poco a poco all’interno della Chiesa, ma è ancora presente spesso in una certa teologia, detta “teologia della sostituzione”. E’ un modo di guardare “dall’alto in basso” il popolo ebraico. Esso ha fallito la propria vocazione: non è più il popolo eletto; ormai la Chiesa è il “nuovo Israele”, la sola erede delle promesse. L’antico erede avrebbe perduto la sua elezione e suoi diritti. Tuttavia Paolo dice che “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Romani 11, 29) e ancora nei Numeri (23, 19) “Dio non è un uomo da potersi smentire, non è un figlio dell'uomo da potersi pentire. Forse Egli dice e poi non fa? Promette una cosa che poi non adempie?

Riferendosi a questo modo di pensare, un rabbino mi disse: “ Voi, cristiani, parlate molto del dialogo giudeo-cristiano, ma come posso io dialogare con un interlocutore che ha preso la mia identità e che pretende di essere “Israele”?

Questo modo di pensare si potrebbe rendere con un epilogo diverso per la parabola del figliol prodigo: il figlio più giovane è stato ritrovato  e perdonato. Eccolo di nuovo a casa. Nella gioia del ritorno di questo figlio creduto perso, il padre esclude e mette alla porta il primogenito che è sempre stato con lui. Non c’è posto per lui al banchetto… Un tale epilogo è inimmaginabile perché contro natura, ancor più contro natura quando ha a che fare con Dio, la cui tenerezza è infinita e la fedeltà senza pentimento. Al contrario, il Vangelo ci dice che il padre esce dalla sala del banchetto e lo spinge ad entrare. Non accadrà forse lo stesso al momento della grande cena finale, al ritorno del Messia?

Sin dalle origini, le relazioni Chiesa-Israele sono state caratterizzate da dispute sull’eredità e sappiamo bene come questo genere di questioni, all’interno di una stessa famiglia, possano essere aspre e dolorose. Invece che condividere, riconoscenti, la ricchezza del Padre, i figli hanno cercato di escludersi a vicenda e di accaparrarsi l’eredità.

Questa attitudine trionfalista non si trova solo scritta in alcuni manuali di teologia, ma si riflette anche nelle arti delle cattedrali, che sono una sorta di “libro” per i cristiani. Spesso, tra le opere che si  trovano appunto nelle cattedrali, la Chiesa è rappresentata dritta, fiera, bella, con in testa una corona e lo scettro in mano. La Sinagoga ha invece gli occhi bendati, la testa reclinata e tiene in mano uno scettro rotto. Tuttavia quest’ultima, proprio nella sua umiliazione, é davvero bella e sembra essere incredibilmente vicina a Colui che è stato “l’uomo dei dolori.. Colui che si è caricato delle nostre sofferenze” (Isaia 53, 3-4).

Non solo l’arte, ma ancor di più la liturgia, porta l’impronta di questa teologia.  Solo di recente la Chiesa cattolica latina ha rivisto e corretto i suoi testi liturgici. Non credo che altrettanto sia stato ancora fatto nelle Chiese orientali (cattoliche o ortodosse), dal momento che alcuni dei loro inni e antifone continuano a stigmatizzare il popolo ebraico nel linguaggio veemente di S . Giovanni Crisostomo.

C’è stata dunque, nel corso dei secoli, tutta una teologia che si è sviluppata, alimentando l’insegnamento, la liturgia e l’arte. La dispersione d’Israele tra le Nazioni è stata presentata come la conseguenza della morte di Gesù. Cosa che è storicamente sbagliata (4). Gli ebrei maledetti, erranti e dispersi per sempre, testimoniavano, attraverso la loro triste condizione, la verità della fede cristiana. Formati da un tale insegnamento, non stupisce che la maggior parte dei cristiani abbiano vissuto, come se fosse uno scandalo, senza neppure dissimulare la loro reazione, il ricongiungimento dei dispersi d’Israele sulla Terra Promessa, la creazione di uno Stato ebraico e la resurrezione di Gerusalemme come sua capitale. Gli ebrei sono stati visti, una volta di più, come coloro che ostacolano la fede cristiana; erano di nuovo “perfidi” così come li designava la preghiera del Venerdì Santo, finalmente modificata dopo tanti anni (5).

Lo sguardo ostile e sprezzante

Ahimè, questo sguardo è esistito ed esiste ancora; che Dio possa farlo scomparire nel futuro. A questo sguardo è stato data, da un secolo a questa parte, un nome improprio: antisemitismo, quando invece dovremmo parlare di antigiudaismo. Questo antisemitismo è cosciente o meno, riconosciuto o negato; è una pianta dalle radici profonde che distilla un veleno violento e sottile insieme. In alcun casi c’è bisogno di uno choc, di un evento tragico o di un incontro che si trasforma in amicizia profonda, per scoprire che ciascuno di noi lo porta in sé e che ci sarà bisogno di coraggio e di grande perseveranza per estirparlo. E’ stata necessaria la scoperta dei carnefici di  Auschwitz, Dachau, Revensbruck, per risvegliare la coscienza cristiana ed aprire, non senza difficoltà, la strada ad un nuovo orientamento. Ma, purtroppo, gli uomini hanno la memoria corta. Il fumo dei forni crematori si affievolisce. Si dimentica, o meglio: si vuole dimenticare, quando addirittura non si vuole negare la stessa realtà dello sterminio. Poco a poco, in diverse parti del mondo, in Francia tra le altre, rispunta il vecchio antisemitismo, sotto una nuova veste. A seconda delle situazioni, l’antisemita si chiamerà antisraeliano o antisionista, ma molto spesso si cercano solo delle giustificazioni, quando alla fine si tratta dello stesso veleno.

Sono state fatte molte ricerche circa le cause dell’antisemitismo: possono essere psicologiche, teologiche, economiche, sociologiche. Bisognerebbe però aggiungere un’altra motivazione che a me sembra essere fondamentale, ed é l’unicità del popolo ebraico. Dio l’ha scelto e l’ha messo a parte. La Thorà, dono di Dio, lo obbliga a vivere separato, perché il suo cibo, il suo modo di vestirsi, la sua preghiera, le sue feste, il tempo del suo lavoro e del suo risposo, lo stesso giogo che il Signore ha messo sulle sue spalle, lo distingue dalle altre Nazioni. Ce n’è abbastanza per fa nascere ostilità e diffidenza e per generare un gran numero di false leggende. Nel passato si parlava di “crimini rituali” , mentre oggi si mettono in giro voci che parlano del “rapimento d’Orleans”.(6)

In contraddizione con questa chiamata alla separazione, la grande tentazione d’Israele é sempre stata quella di voler essere come le altre Nazioni e di assimilarsi ai popoli tra i quali ha vissuto; d’altro canto questi popoli hanno sempre rigettato, dopo un po’, questo processo di assimilazione. Si può dire che il ghetto avesse una sorta di doppia chiusura: quella della fedeltà ad una vocazione particolare e quella del rifiuto delle Nazioni. Il fatto che ai nostri giorni siano crollati i muri di pietra dei ghetti, non è affatto sufficiente. E’ necessario che ebrei e cristiani, ognuno fedele alla propria identità, possano finalmente incontrarsi come fratelli, nel rispetto e nella fiducia reciproche. Lo Stato d’Israele è indubbiamente la cornice ideale per una tale collaborazione, dal momento che è l’unico luogo dove l’ebreo si sente sé stesso e completamente libero. Affrancato da tutti i complessi  legati alla Galouth (all’esilio), può finalmente dialogare da pari a pari con il cristiano.

In altre circostanze c’è stato anche un antisemitismo pagano, c’è stato (purtroppo c’è ancora) il nazismo, che è una forma di razzismo, ma ancora più triste, quello più contro natura, senza aver alcun contesto è l’antisemitismo detto “cristiano”. Jules Isaac lo chiamato “l’insegnamento del disprezzo” che, grazie a Dio, comincia a cedere il passo all’insegnamento del rispetto. E’ stato l’antisemitismo cristiano a preparare la strada al nazismo.  Abituati a vedere gli ebrei recitare il ruolo di capro espiatorio, le nazioni occidentali (di cultura cristiana) non hanno avuto il soprassalto d’orrore e di ribellione che avrebbe dovuto generarsi normalmente di fronte alla persecuzione nazista.

Il grido di Leon Bloy, risuona sempre così veemente ed interpella le coscienze: “L’antisemitismo cristiano è la peggiore delle offese che si possano fare a Gesù, perché è uno sputo che riceve sulla faccia di sua Madre e da parte dei cristiani”.

C’é una questione che attraversa drammaticamente la storia della Chiesa. Com’è possibile che il Cristianesimo, le cui radici sono ebraiche, il cui Signore ha voluto essere un uomo ebreo fino all’ultimo dei suoi sospiri, morire sulla croce, per uccidere l’odio ed insegnare così ai suoi discepoli qual è l’amore più grande, abbia potuto, nel corso dei secoli, diffondere il disprezzo, l’odio e la violenza contro i figli d’Israele??? E’ possibile che il Principe delle Tenebre, per un certo tempo, sia riuscito a bloccare il piano divino per ritardare questa riconciliazione finale , questa pienezza di cui parla San Paolo, che sarà come assistere ad una resurrezione dai morti? (Romani 11, 15).

Per uscire da questa vallata delle ombre è bene rileggere e meditare sul grido di sofferenza e di speranza di Saulo, il Fariseo, divenuto Paolo, l’apostolo dei Gentili:

ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l'adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.“ (Romani 9, 2-5)

Questo stesso Paolo, pur serbando nel proprio cuore un amore bruciante per il suo popolo, si lancia nell’apostolato delle nazioni, per affrettare il loro ingresso nella Chiesa e così preparare il tempo nel quale “tutto Israele sarà salvato” (Romani 11, 13, 5 e 25)

Lo sguardo rispettoso e fraterno

San Paolo ci ricorda tutto quello che il Cristianesimo deve al Giudaismo, tutti i titoli per i quali dobbiamo essergli riconoscenti e che abbiamo così facilmente dimenticato. Diversi documenti pontifici o episcopali hanno recentemente aperto la strada ad un nuovo approccio, bassato sul rispetto e la stima (7). Più precisamente negli orientamenti pastorali del Comitato Episcopale Francese, la vocazione religiosa del popolo ebraico è stata solennemente riconosciuta; vocazione che fa della vita e della preghiera di questo popolo una benedizione per tutti i popoli della terra.

In un mondo in perenne mutazione e caratterizzato da ricorrenti proteste, in un mondo desacralizzato, Israele ha continuato a custodire, intatte, le Scritture. Egli resta il testimone fedele e osservante del Dio vivente, Colui che ha parlato agli uomini e che ha fatto un’alleanza con loro, del Dio che ha fatto irruzione nella storia umana. Dio è diventato compagno di questa straordinaria avventura, cominciata con Abramo. Successivamente anche tutte le Nazioni, in Gesù, sono state invitate a condividere questa avventura e l’immensa moltitudine di genti va verso quel Giorno straordinario in cui il Signore sarà Uno e il Suo Nome uno solo: in quel giorno il Signore donerà a tutti i popoli delle labbra pure perché tutti possano dare gloria al Suo Nome. Se il passato, sciaguratamente, ha spesso separato ebrei e cristiani, l’attesa del Giorno del Signore deve al contrario, unirli.

Nella riconoscenza e nel rispetto che un cristiano deve manifestare al popolo ebraico, c’è, tuttavia un rischio. Sì, questo fratello primogentito bisogna amarlo, nella propria identità specifica, ma non bisogna idealizzarlo, perché altrimenti correremmo il rischio di andare incontro ad una delusione. Israele non è un popolo di santi o, almeno, non ancora, non più di quanto non lo sia la Chiesa; tuttavia l’uno e l’altra sono chiamati a tendere verso la realizzazione del progetto di Dio: “Siate Santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono Santo” (Levitico 19,2) e “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5, 48). La storia d’Israele non si svolge nei cieli, ma sulla terra e con degli esseri fatti di carne e ossa. E’ la lotta di Giacobbe, ripetuta e moltiplicata all’infinito. Questi amici di Dio, che si chiamano Abramo, Giacobbe, Mosè, Davide, hanno amato, sofferto, hanno peccato e si sono pentiti. La tradizione ebraica non nasconde i loro sbagli, al contrario: tutti coloro che sono nella carne sono peccatori  uno Solo è Santo. L’alleanza sul Sinai è stata fatta con un popolo duro, testardo, dalla dura cervice, fatto di materia umana che la mano di Dio, come quella di uno scultore, ha tagliato, sbozzato, modellato. Bisognava, senza dubbio, che il popolo ebraico fosse anche forgiato per essere capace di superare esili, massacri, tentazioni di assimilazione e, nonostante tutto, restare Israele.

Questo sguardo realista deve anche essere rivolto allo Stato d’Israele, che non é altro che il quadro politicamente indispensabile di una realtà che lo supera abbondantemente. Uno Stato che deve, in un contesto particolarmente difficile e contraddittorio, costruire la pace ed assicurare la sicurezza e che, come tutti gli altri Stati, è soggetto ad errori. Detto questo, è bene ricordare che il cristiano deve dare prova di grande delicatezza nel suo incontro col fratello ebreo, perché spesso ha davanti qualcuno ferito e traumatizzato, portatore di una storia dolorosa: la propria o quella di chi è vicino a lui.  La strada per riconciliarsi qualche volta è lunga, perché secoli d’incomprensione hanno scavato dei profondi fossati. E’ compito del cristiano fare il primo passo e attendere pazientemente che questo sia compreso per quello che è: un gesto fraterno e disinteressato e, allora, la risposta arriverà e il suo slancio supererà forse l’aspettativa.

Un’altra qualità ancora è necessaria: l’umiltà. Prima di tutto perché l’ebreo è la “radice” “Non menar tanto vanto contro i rami! Se ti vuoi proprio vantare, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.”  (Romani 11:18). Poi perché, in quanto cristiani, apparteniamo a delle chiese o a dei Paesi nei quali gli ebrei hanno sofferto molto. Questa responsabilità collettiva dovrà essere assunta prima poi, una responsabilità pesante per la nostra epoca, in cui sono state prese le vite di 6 milioni di ebrei. Questo genocidio non è avvenuto in altri tempi, ma ai nostri giorni e non in terre lontane, ma tra noi, tra le popolazioni cristiane. Soltanto Dio può perdonare: gli uomini, loro, non possono che trasmettere o ricevere il suo perdono, ma bisogna anche che ci sia una richiesta di perdono, che scaturisca dal pentimento ed in grado di generare la conversione. Per mia conoscenza, fatta eccezione per dei casi isolati, non c’è ancora stata una decisione collettiva in questo senso, né del popolo cristiano, né dei suoi capi religiosi (come per esempio è avvenuto per gli ortodossi, rappresentati da Atenagora) e questo nonostante la proposta fatta da numerosi Padri del Concilio Vaticano II. *

Non sarebbe necessario un tale gesto? Non porterebbe forse alla guarigione della coscienza di tanti cristiani  e a quella della memoria ferita di tanti fratelli ebrei? Possa lo Spirito Santo, che senza sosta vivifica la sua Chiesa, parlare al cuore di tanti e mostrare loro “quali sono i desideri dello Spirito”.

Per finire, vorrei che facessimo insieme una visita: un visita che è obbligatorio fare quando si va in Israele. Ci permetterà infatti di capire molte cose che riguardano questo Paese, le reazioni di chi lo abita, ma anche ci aiuterà a comprendere la persistenza del popolo ebraico. Si tratta della vista allo Yad-va-Shem (8), il Memoriale dei Deportati. Si entra per una porta aguzza fatta di sbarre di ferro che sembrano bruciate, torturate quasi – le ossa disseccate – e ci si ritrova in una grande cripta costruita in pietra. Tutto è nell’ombra, la luce è fievolissima. A terra ci sono delle lastre che portano i nomi dei campi di sterminio. Una fiamma perpetua brucia: i corpi sono stati distrutti, ma l’anima ebraica è sopravvissuta.

Non lontano dalla cripta si trova il Museo, composto quasi esclusivamente da fotografie scattate dagli stessi tedeschi. Sotto i nostri occhi sfila tutta la storia del nazismo: la salita al potere di Hitler, l’acuirsi della persecuzione, la pianificazione della “soluzione finale” , la scienza al servizio della distruzione di massa dell’essere umano (soprattutto di quello ebreo), gli accatastamenti dei cadaveri… E’ una discesa all’inferno. Sarebbe insopportabile se, uscendo, non ci si trovasse in una vasta spianata, spazzata da un vento fresco sotto un sole splendente. Tutt’intorno le foglie fremono, i fiori spandono il loro profumo, gli uomini camminano, i bambini giocano: è la VITA, dopo che siamo stati schiacciati dalla morte. Nello stesso tempo sale al cuore e poi alle labbra, la profezia del profeta Ezechiele, che si ha l’abitudine di leggere in questo luogo: “La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa” (Ez. 37,1). Il profeta non poteva certo immaginare che sarebbero state così numerose,…. che non sarebbero state neppure delle ossa, ma dei mucchi di cenere e delle colonne di fumo… E, secondo l’ordine del Signore, Ezechiele comanda allo Spirito che venga dai quattro venti  e che soffi suoi morti perché essi rivivano. Le ossa si ricompongono, i corpi si mettono in marcia. Successivamente, in una seconda fase, il soffio vitale entra in loro ed essi vivono. Attraverso questa visione Dio consola il suo popolo  annientato e decimato e nel quale la speranza era svanita: “Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò”. (Ez. 37, 13-14).

Questa pagina di Ezechiele è incredibilmente densa di significati. E’ necessario lasciare che ciascuna parola scenda nel nostro cuore perché possa poi crescere poco a poco dentro di noi, nel silenzio e nella preghiera. Questa profezia riguarda anzitutto Israele, ma anche noi: la creazione tutta intera geme nei dolori del parto e gli uomini, che hanno già ricevuto le primizie dello Spirito, gemono in attesa della redenzione dei loro corpi e della visione faccia a faccia di Dio. (cfr. Romani 8, 22-23).

Vorrei concludere con l’oggetto della nostra speranza. Ebrei e Cristiani sono in cammino per delle vie differenti, ma convergenti; dove, come e quando ci si incontrerà, è il segreto che conosce Dio soltanto. Noi sappiamo solamente che il Signore del mondo ci conduce alla pienezza dei tempi (cfr. Efesini, 1, 10) e che senza Israele, il figlio primogenito, il piano divino non può giungere alla sua  pienezza (Romani 11, 15).

Bisogna dunque pregare perché la Chiesa ed Israele comprendano quello che dice loro lo Spirito e rispondano ai Suoi desideri.

Figli della Chiesa, è nostra responsabilità vigilare, con  cura ossessiva, sulla sua purezza e santità, lavorando incessantemente per la nostra propria conversione, dal momento che questa sarà, in definitiva, la chiave per determinare anche la conversione delle comunità alle quali apparteniamo.

Quando la Chiesa avrà davvero preso coscienza delle sue fonti bibliche (ebraiche), quando il suo linguaggio sarà trasparente come quello del Vangelo, quando avrà riparato gli strappi della sua veste, allora ella rifletterà l’immagine del Figlio, Lui stesso immagine del Padre. La Chiesa sarà allora sua Epifania tra gli uomini e tutto questo sarà opera dello Spirito (Cfr. II Corinzi 3, 18). Spirito che è già all’opera nella Chiesa e che soffia sulla casa di Israele. Possa Egli rinnovare la faccia della terra e preparare una nuova Pentecoste.

Rina Geftman


NOTE

1. Filo scarlatto (Hout haShani): la corda scarlatto che Raab attacca alla finestra durante la conquista di Gerico (Giosuè 2:18), in ebraico simboleggia il filo rosso di una una storia.

2. Il problema dei rifugiati palestinesi è certamente drammatico, ma una soluzione si sarebbe potuta trovare con la collaborazione delle grandi potenze, dei paesi arabi, di Israele e dei rifugiati stessi, ma abbiamo lasciato volontariamente il problema "marcire". Milioni di altri rifugiati, al momento, sono stati integrati in paesi che li hanno ricevuti. Israele ha assorbito 800.000 profughi ebrei dai paesi arabi. Speriamo che alla fine una soluzione si trovi.

3. Dall'anno 70 al 1948, la Terra di Israele ha conosciuto numerose occupazioni straniere e fluttuazioni della popolazione. Gli insediamenti ebraici non hanno mai cessato di esistere nel paese dopo la conquista romana. Secondo i governanti del momento, aumentava o diminuiva, e preparava così l'immigrazione massiccia degli ultimi 100 anni. Dopo i Romani e Bizantini, gli Arabi (nel 634) hanno conquistato il paese, il processo di arabizzazione e islamizzazione è proseguito per molti secoli. Sotto l'impero ottomano, specialmente nella sua fase finale nel 19 ° secolo, il paese ha conosciuto un forte declino, e la popolazione è stata stimata attorno a 250.000 persone soltanto. Gli ebrei erano una minoranza fino al 1948, tranne che a Gerusalemme, che, per oltre due secoli, conta più ebrei che musulmani o cristiani.

4. La dispersione degli ebrei è iniziata molto prima del tempo di Gesù. Nel 586 a.C., cadde il regno di Giuda e si ci fu il conseguente esilio a Babilonia. Solo una piccola parte degli esiliati ritornò a Sion per unirsi a quelli che erano stati in grado di rimanere. Al tempo di Gesù, c'erano tra il milione  e i 2.000.000 di abitanti nel paese, senza dubbio molti di più di quanti non ce ne fossero nei paesi del Mediterraneo.

5. Perfida: nell’antico rituale, il Venerdì Santo si pregava per il "perfidis Judaeis". In francese si è provato a tradurre con "infedele", ma poiché la preghiera era detta in latino, questa segnò gli spiriti. Fu solo nel 1955 che Giovanni XXIII ha soppresso questa formulazione offensiva.

6. Crimine rituale: nel Medio Evo e oltre, gli ebrei furono accusati di immolare un bambino cristiano e di mescolare il suo sangue al pane azzimo. Ai nostri giorni, senza alcun fondamento, sono circolate voci a Orleans di un negozio di moda femminile, appartenente a degli ebrei, i cui clienti scomparivano in una botola sotterranea.

7. Documenti cattolici. In particolare:

  • Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra Aetate - 1965)
  • Orientamenti pastorali per l'atteggiamento dei cristiani verso l'ebraismo, dal Comitato episcopale francese (1973)
  • Orientamenti e suggerimenti per l'attuazione della Dichiarazione conciliare "Nostra Aetate" (1974)

8. Yad va-Shem: Vedi Isaia 56:5: Dio promette di dare un monumento (yad) e un nome vaShem), anche a quelli senza prole, per perpetuare la loro memoria.

* Nota dell'editore: Dal momento in cui questo articolo è stato scritto (nel 1981), ci sono stati infatti numerosi passi concreti ed espressioni di pentimento da parte della Chiesa e dei suoi leader, in particolare su iniziativa di Papa Giovanni Paolo II. Tuttavia, il fatto che tali misure concrete di umile pentimento da parte di alcuni leader coraggiosi non siano state ampiamente interiorizzate e adottate dalla Chiesa in generale, indica che le parole che troviamo qui rimangono rilevanti come lo erano al momento in cui sono state scritte.