"Cattolici per la Palestina" e "Cattolici per Israele"

Il Conflitto Israelo-Palestinese e la Chiesa Cattolica

Israel and Palestine - Peace?

   Nella Chiesa Cattolica essere in disaccordo su tutta una serie di tematiche, che siano politiche, sociali, economiche, religiose o storiche, è un luogo comune, ma alla fine queste differenze di opinioni possono essere risolte tramite una discussione amichevole, una preghiera, e un senso di comunione e di familiarità in Cristo. Tuttavia vi è una tematica che crea una divisione molto profonda e che potrebbe potenzialmente sfociare in una separazione permanente, ovvero la questione del conflitto israelo-palestinese. Vi sono i ‘Cattolici per la Palestina’ e vi sono i ‘Cattolici per Israele’, e molto spesso sembra che i due non si incontrino mai, perché se fosse così, verrebbero pronunciate delle parole che porterebbero alla fine di un'ulteriore comunicazione.

    Per esempio, in una recente conversazione nel nostro forum di discussione, un sacerdote con un'alta posizione nel Patriarcato Latino di Gerusalemme ha scritto: “Se voi non riconoscete me come parte del popolo palestinese, non voglio che compiangiate la mia sofferenza”, confermando con questa affermazione che la sua affiliazione nazionale è più importante della sua appartenenza alla Chiesa. Affermazioni simili sono state pronunciate da altri sacerdoti nel Patriarcato Latino. Un'altro una volta disse: “Prima sono palestinese, poi sono arabo, e poi sono sacerdote” prima di dire che ogni personale simpatia verso Israele esclude l'appartenenza alla “Comunità Cristiana Palestinese”. Queste dichiarazioni, pronunciate da sacerdoti cattolici, indicano un senso di appartenenza nazionale o etnica che sorpassa la fratellanza cattolica. Sebbene essi possano sentirsi a loro agio in una chiesa nazionalista, la loro ideologia non calza confortevolmente nella Chiesa dei Cattolici Romani. Essi infatti fanno trasparire un certo spirito anti-cattolico. Si potrebbe essere tentati a chiedersi se questo spirito possa un giorno portare ad uno scisma nella forma separatista di una Chiesa Nazionale Palestinese.

    Se mai questa visione costituisca un'esagerata drammatizzazione della divisione all'interno della Chiesa Cattolica, vi è comunque un bisogno urgente di risolvere questa questione, dal momento che sta creando delle serie tensioni in aree dove i cattolici israeliani e quelli palestinesi vivono a stretto contatto, come per esempio a Gerusalemme. Possiamo senz'altro essere certi che la Persona che pregò “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21) non sarebbe felice della divisione che avviene nella sua Chiesa, dove non ci dovrebbe essere più“ né Giudeo né Greco” (Gal 3,28), o, analogicamente parlando, ‘né Giudeo né Palestinese’.

Le Due Posizioni Messe a Confronto

    Naturalmente, entrambe le parti si appellano alle Scritture per giustificare la loro posizione: i ‘Cattolici per la Palestina’ citano quei passaggi biblici che parlano dell'amore di Dio per la giustizia, e interpretano la realizzazione della giustizia divina in termini politici, ovvero nell'istituzione di uno Stato Palestinese indipendente su terre tenute sotto la sovranità israeliana, esprimendo spesso uno spirito di ostilità verso Israele. I ‘Cattolici per Israele’, d'altra parte, senza negare l'importanza che sia giustizia, sia dignità debbano essere riconosciute ai palestinesi, citano quei passaggi che supportano il ritorno del popolo ebraico al paese dei loro progenitori, interpretandolo come fioritura della giustizia di Dio nei loro confronti, in un modo che i cristiani dovrebbero accettare e rispettare. Esprimendo così le due visioni, si può rilevare una fondamentale differenza: entrambe le parti vedono la tematica in termini di giustizia divina, che i ‘Cattolici per la Palestina’ interpretano in modo politico a favore di loro stessi e che i ‘Cattolici per Istaele’ interpretano profeticamente con uno speciale riferimento agli ebrei.

    Per farla breve, i ‘Cattolici per la Palestina’ vogliono la giustizia per se stessi e per il loro popolo sotto forma di una sovranità politica indipendente (un regno di questo mondo), e non si interessano degli ebrei, mentre i ‘Cattolici per Israele’ vogliono il compimento della volontà di Dio e la giustizia per gli ebrei e non si interessano di loro stessi. La tesi del primo gruppo proviene dalla loro convinzione che Dio stabilisce la sua giustizia concedendo una sovranità politica, mentre la tesi del secondo proviene dalla convinzione che il ritorno degli ebrei alla loro patria e il ristabilimento della sovranità ebraica rappresenti la volontà di Dio e quindi sia un'autentica espressione della Sua giustizia. Riproponendo la tematica in questo modo, possiamo forse fare uno o due passi avanti nel discutere i meriti o i demeriti di ogni parte.

"Cattolici per la Palestina" e Rivelazione Biblica

    In diversi modi e in tempi differenti, Cristo affermò chiaramente che ‘il suo regno non è di questo mondo’ (Gv 18,36). Il suo proposito non era quello di combattere contro il dominio romano e di stabilire un regno terreno per gli ebrei, nella sua funzione di loro Messia. Come sappiano, egli fu rigettato, perché invece di incitare o sostenere in qualunque modo la ribellione nazionalista dei suoi concittadini contro gli occupatori romani, Gesù era concentrato sul portare loro il suo Regno celeste. Il grado in cui Gesù si distaccò dalle aspirazioni nazionaliste dei suoi contemporanei è rivelato dal suo non comune atteggiamento di simpatia verso gli occupatori romani: per esempio, egli ammirò la fede del centurione romano e con piacere guarì suo figlio o servitore (Mt 8,5-13 e par.), consigliò al suo popolo di amare i suoi nemici e di pregare per i suoi persecutori, tra i quali in particolare vi erano i romani (Mt 5,43-48 e par), li raccomandò di camminare due miglia con il soldato che li costringeva a farne uno (Mt 5,41), e di pagare le tasse a Cesare (Mt 22,15-22). Egli riconobbe che l'autorità di Pilato veniva da Dio (Jn 19,11) e supplicò il Padre di perdonare i romani che lo avevano appena crocifisso (Lc 23,34). Da questi passaggi del Vangelo è evidente che l'atteggiamento di Gesù verso gli occupatori romani era estremamente conciliante. Poiché gli israeliti oggi (visti dalla prospettiva palestinese) si trovano in una posizione simile a quella dei romani di quei tempi, è ragionevole concludere che l'atteggiamento di Cristo rispetto a loro sarebbe proprio lo stesso.

    Se prendiamo l'esempio di Gesù come la più chiara espressione della volontà di Dio, sarebbe sbagliato assumere che la giustizia di Dio, come mostrata a noi in Cristo, possa inevitabilmente trovare espressoine nella concessione di una sovranità politica. Se Dio, operando attraverso Gesù, non lo fece per il suo stesso popolo, quando esso stava implorando per un'indipendenza sovrana nel primo secolo d.C., allora sicuramente non possiamo assumere o pretendere che la giustizia di Dio venga stabilita in questo modo nella Palestina del XXI secolo. E veniamo ulteriormente scoraggiati dal pensarlo, dal fatto che l'insistenza degli ebrei sull'indipendenza e sovranità politica, che essi vedevano come prerequisito per la giustizia e redenzione di Dio, portò, in seguito alle loro due principali ribellioni contro il dominio romano nel 70 d.C. e ancora nel 135 d.C, ad una perdita catastrofica. Prendendo questa lezione dalla storia ebraica di 2000 anni fa, sarebbe presuntuoso uguagliare la nazionalità palestinese con l'instaurazione della giustizia divina. Non vi è nessuna garanzia divina, che i cittadini di un futuro stato palestinese ricevano più giustizia e diritti umani di quelli che hanno nella loro attuale condizione. Infatti, la storia ci narra che essi in effetti potrebbero finire col rimanere con molto meno.

   Riassumento, non dobbiamo pretendere che Gesù Cristo sostenga il nostro desiderio di giustizia divina attraverso una sovranità palestinese, e questo perché semplicemente non è il modo in cui lui opera. L'attivismo politico è una cosa, la giustizia di Dio attraverso Cristo è un'altra, e non dovrebbero essere confuse. Citare testi biblici a favore di questo atteggiamento è chiaramente un esempio di manipoliazione politica di testi religiosi.

"Cattolici per Israele" e Rivelazione Biblica

    Passando alla parte opposta, dobbiamo chiederci, come possono essere così sicuri i ‘Cattolici per Israele’ che il ritorno degli ebrei nella loro patria e l'instaurazione del loro Stato siano in accordo con la volontà di Dio, e quindi rappresentino un'espressione di giustizia divina e di salvezza? È solo un altro tentativo malizioso di vedere la giustizia divina in termini politici, a vantaggio della sovranità politica di Israele, questa volta, invece che di quella palestinese? Perché, se fosse così, gli argomenti sopracitati, basati sull'esempio di Gesù, si applicherebbero allo stesso modo. Ma qui la questione è differente: essa si concentra principalmente sul ritorno degli ebrei dall'esilio e solo in secondo luogo sul loro conseguimeto di una sovranità politica, che è ritenuta necessaria per la loro auto-conservazione.

    Ancora una volta, come possono essere così sicuri i ‘Cattolici per Israele’ che il raduno degli ebrei nel paese dei loro progenitori, dopo 2000 anni di vita senza una loro nazione, è l'espressione della volontà di Dio e una manifestazione della sua giustizia? In contrasto con la prima visione, con la sua comprensione politica della giustizia divina, questa veduta è basata su una comprensione biblica e profetica sull'instaurazione della giustizia di Dio tra gli uomini, cioè è basata su una comprensione del disegno di Dio della salvezza per l'umanità. Molto semplicemente, questa tesi vede il ritorno degli ebrei al loro paese come il compimento della profezia della fine della storia. Dal momento che è Dio ad aver ispirato la profezia di queste cose, allora è proprio Dio che è dietro alla sua realizzazione. Il ritorno degli ebrei in Terra Santa quindi dovrebbe essere accettato, non solo come sanzionato divinamente e come fatto inevitabile, ma anche come un chiaro segno del prossimo Eschaton, la fine della storia, ovvero la fase finale della realizzazione del disegno divino di Dio. Resistetelo pure se volete, ma fatelo con la consapevolezza che vi state in realtà opponendo alla volontà di Dio.

    “Quali sono queste fonti bibliche?”, potreste chiedervi. Non c'è bisogno di ripetere tutti quei passaggi nei quali viene parlato del dono del Paese dato nell'ambito di un'Alleanza ai discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe (cf. Gn 12,7; 15,7-21; Es 32,13; Sal 105,9; Sir 44,22), il cui resto oggi è costituito dagli ebrei. Sarebbe un errore pensare che questo dono sia stato cancellato o abrogato in qualsiasi modo dalla Nuova Alleanza, perché sappiamo da San Paolo che il dono e la chiamata che Dio ha conferito agli ebrei sono irrevocabili (Rm 11,29). Nonostante l'esilio fu imposto agli ebrei nel primo secolo come castigo per i loro peccati e per la loro erronea interpretazione del disegno di Dio della redenzione, è inevitabile, da entrambe le letture ebraiche e cristiane della Scrittura, che se essi fossero sopravvissuti al loro esilio, un giorno sarebbero tornati al loro Paese. Dio non ha mai annullato i suoi doni, tra quali il dono della Terra è uno dei più prominenti.

    Il ritorno degli ebrei in Terra Santa cominciò alla fine del XIX secolo e ha poco a che fare con l'Olocausto, come invece alcuni asseriscono, dal momento che il rimpatrio iniziò decenni prima dell'avvento di quella tragedia. Infatti, il loro ritorno non fu interamente un ritorno, in quanto gli ebrei avevano vissuto in questo Paese come una minoranza per secoli. L'immensa perdita di ebrei nell'Olocausto, e la politica di restrizione dell'immigrazione ebraica in palestina da parte dei dominatori di quegli anni, rappresentarono in realtà un ostacolo per il raduno ebraico e la restaurazione in Terra Santa.

    Quando arriviamo alla profezia biblica, tuttavia, si potrebbe inizialmente pensare che tutte le profezie dell'Antico Testamento sul ritorno degli ebrei si riferiscono al loro ritorno dall'esilio babilonese nel V secolo A.C. e non possono essere applicate al loro ritorno dal secondo esilio, 2500 anni dopo. Ma uno sguardo più approfondito a queste profezie rivela che esse non si realizzarono completamente nei secoli seguenti il ritorno, e quindi, in un certo senso, sono ancora valide. Le profezie non si sono ancora pienamente realizzate, non soltanto perché il ritorno degli ebrei dalla Babilonia fu solamente parziale, ma principalmente per il fatto che gli ebrei rifiutarono il loro Messia, che aveva il compito di portarli al loro pieno compimento. Rifiutando il loro Messia, essi, temporaneamente, frustrarono la volontà di Dio che li riguardava (Lc 7,30) e, come abbiamo visto sopra, questo alla fine portò ad un esilio durato 2000 anni, durante i quali il Vangelo della salvezza di Dio si propagò in tutto il mondo. In una maniera molto reale, poi, il rigetto degli ebrei del loro Messia e il loro successivo esilio, hanno portato all'evangelizzazione di tutti i popoli, in un modo in cui San Paolo cattura quando scrive: “Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani, per suscitare la loro gelosia. Se pertanto la loro caduta è stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza dei pagani, che cosa non sarà la loro partecipazione totale!” (Rm 11,11-12).

Fine Escatologico e Compimento del Disegno di Dio

    Ma l'evangelizzazione del mondo non è mai stata presentata come essere un fine a se stesso, e che dovesse continuare per sempre. Il Vangelo afferma chiaramente che dopo che l'offerta di Cristo della salvezza sia stata predicata in tutto il mondo, il tempo sarà maturo per il perfetto compimento del disegno di Dio (Mt 24,14; Mc 13,10). È questo episodio finale nella storia della salvezza che ci riporta alle parti non ancora compiute delle antiche profezie sul ritorno e sulla restaurazione. Ciononostante il problema in questo ambito è che vi sono così tante profezie che dicono così tante cose in differenti contesti su eventi che possono essere o no correlati l'un con l'altro, che è fuori dall'umana interpretazione conoscere esattamente in che modo tutto ciò si compierà. Gli ebrei hanno risolto queste questioni lasciandole interpretare al Messia che verrà. In questo contesto i cristiani hanno un distinto vantaggio, in quanto il Messia Gesù li ha già provveduti della sua unica rivelazione sul modo in cui il disegno di Dio di salvezza verrà completamente portato a compimento. E questa rivelazione di Gesù Cristo è riportata nel Libro dell'Apocalisse (cf. Ap 1,1-2).

    Senza entrare nei dettagli dell'interpretazione di questo unico e prezioso documento, basti dire che la parte centrale della profezia descrive la missione di due profeti, o testimoni, di Cristo (Ap 11,3-13), che è seguita immediatamente dal breve regno dell'Anticristo (Ap 13) e poi dalla Seconda Venuta di Cristo (Ap 19, cf. 2Ts 2,1-12). La missione escatologica di questi due testimoni si rivolge specificatamente agli ebrei ed è incentrata su Gerusalemme, così che la loro morte e risurrezione in questa città (11,7-8) risulterà nella conversione di molti (11,11-13). Questa testimonianza della risurrezione di Gesù Cristo è descritta in termini che richiamano alla risurrezione delle ossa aride nella visione di Ezechiele della restaurazione di Israele (Ez 37, 1-14), e quindi collegano la fede in Cristo alla restaurazione finale di tutto Israele. È impossibile concepire questo evento escatologico senza il raduno degli ebrei a Gerusalemme e nei suoi dintorni. A ragione si potrebbe dire che questa profezia del Nuovo Testamento, scritta subito dopo la distruzione del tempio e dell'esilio degli abitanti ebrei nel 70 AD, previde in realtà il ritorno degli ebrei a Gerusalemme come elemento precursore necessario per gli eventi che descrive. Tutta la scena armonizza con la predizione di San Paolo della conversione degli ebrei alla fine della storia: “Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l'indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato…” (Rm 11,25-26). Con questi eventi della fine dei tempi sul ritorno degli ebrei nella Terra Santa, è veramente giusto demonizzare quelli che vivono nelle zone che la Palestina afferma essere sue, accusandoli di peccato contro l'umanità e contro Dio? La sovranità palestinese sotto l'Islam è davvero molto più importante degli eventi che avverrano e che porteranno al compimento del piano di salvezza di Dio?

   P. Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, riassume eloquentemente il lungo e atteso compimento di queste profezie nel seguente modo: 

Noi sappiamo che Dio diede a Israele il Paese ma non vi è nessu cenno al fatto che Dio glielo ritolga un'altra volta per sempre. Possiamo noi cristiani escludere che quello che sta succedendo ai nostri giorni, ovvero, il ritorno di Israele nel paese dei loro progenitori, non sia connesso in qualche modo, ed è ancora un mistero per noi, a questo ordine provvidenziale che riguarda il popolo eletto e si realizza persino tramite errori ed eccessi umani, come avviene nella Chiesa stessa? Se Israele un giorno dovrà entrare nella Nuova Alleanza, San Paolo ci dice che esso non lo farà un po' alla volta ma come intera nazione, come "radici" perenni. Ma se Israele dovrà entrare come nazione, deve essere una nazione deve possedere un paese, una organizzazione e una voce in mezzo alle altre nazioni della terra. Il fatto che Israele sia rimasto un'unità etnica nel corso dei secoli e attraverso molti sconvolgimenti storici, è in sé, un segno del destino che non si è ancora interrotto ma sta aspettando di essere compiuto. (da Cristo, la Gloria di Israele)

Sommario e Conclusione

    Prima di concludere, cerchiamo di riassumere le tematiche che dividono i ‘Cattolici per la Palestina’ e i ‘Cattolici per Israele’. I ‘Cattolici per la Palestina’ invocano la giustizia di Dio che si deve esprimere sotto forma di uno Stato Palestinese indipendente, che ostacolerà e limiterà, in molti modi, il ritorno degli ebrei nel paese dei loro progenitori, in particolare nelle aree attorno a Gerusaemme, che essi chiamano Giudea e Samaria. I ‘Cattolici per Israele’, d'altra parte, mentre vivamente consci della sofferenza palestinese e sostenitori di genuini sforzi per alleviarla, avvertono il significato escatologico del ritorno ebraico e resistono ogni tentativo di ostacolarlo e di impedirlo, in quanto lo riconoscono come una fase chiave nella storia della salvezza divina, e quindi dell'istaurazione ultima della giustizia divina nell'umanità. Non c'è bisogno di dire che questo supporto per il raduno degli ebrei non significa condonare ogni atto illegale di espropriazione, violenza, ingiustizia o odio contro i palestinesi. Se e quando questi atti siano stati realmente commessi, i Cattolici per Israele li condannano insieme ai nostri fratelli cristiani palestinesi.

    I ‘Cattolici per la Palestina’ vogliono giustizia per se stessi e il loro popolo e interpretano ciò in termini puramente politici, indipendentemente da quale impatto ciò abbia sul disegno divino per gli ebrei. Abbiamo argomentato che la loro pretesa non è consistente con il modo in cui opera Cristo. I ‘Cattolici per Israele’ vedono il ritorno degli ebrei come parte del disegno di Dio per loro, portando ad eventi che li aiuteanno, in gran numero, a incontrare il Messia e ad arrivare alla pienezza della redenzione, che finora è rimasta sospesa nel corso della loro storia. Riconoscendo questo, i ‘Cattolici per Israele’ benvengono e incoraggiano il raduno degli ebrei e faranno qualsiasi cosa per rimuovere gli ostacoli e gli impedimenti dal questo cammino. In questo spirito, e per queste ragioni (tenendo a mente anche che gli arabi israeliani vivono in tutte le parti di Israele con i pieni diritti di cittadini), i ‘Cattolici per Israele’ chiamano i ‘Cattolici per la Palestina’ a rinunciare alla loro opposizione agli insiediamenti ebraici in Giudea e Samaria, o in ogni altra parte del Paese, e a prepararsi ad operare e pregare seriamente per la loro salvezza in Gesù Cristo. Questo è l'unico modo di avanzare per i credenti in Cristo. Certamente ci sarà un'opposizione, specialmente da coloro che non comprendono la giustizia e la volontà di Dio e non sono a conoscenza del suo disegno di salvezza. Ma per tutti i cristiani, e specialmente quelli della famiglia cattolica, la realizzazione del disegno di Dio di salvezza dovrebbe essere accettato e rispettato, così che possa diventare per essi una fonte di fede, speranza e unità.

Yochanan Ben-Daniel,
Gerusalemme,
Avvento 2010.